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Paul Karl Feyerabend: Critica alle scienze e pluralismo interculturale

di Mario Cenedese

«... L'anarchico-epistemologico non ha alcuno scrupolo a difendere anche l'asserzione più trita o più mostruosa. ... Il suo passatempo favorito consiste nel confondere i razionalisti inventando ragioni convincenti a sostegno di dottrine irragionevoli.» (Contro il metodo)

«Si opta ... pro o contro le scienze esattamente come si opta pro o contro il punk rock.» (Scienza come arte)

«L'avvento della scienza moderna coincide con la soppressione di tribù non occidentali da parte di invasori occidentali. Le tribù perdono anche la loro indipendenza intellettuale e sono costrette ad adottare il cristianesimo. I membri più intelligenti ottengono un premio extra : vengono introdotti ai misteri del razionalismo occidentale e al suo culmine: la scienza occidentale... Oggi... la scienza regna ancora sovrana... Eppure la scienza non ha un'autorità maggiore di quanta ne abbia una qualsiasi altra forma di vita. I suoi obiettivi non sono certamente più importanti delle finalità che guidano la vita in una comunità religiosa o in una tribù uscita da un mito.» (Contro il metodo)

Noto soprattutto per la sua critica corrosiva al sistema popperiano di approccio scientifico per "congetture e confutazioni", Feyerabend1 ha decisamente superato l'ambito ristretto dell'epistemologia contemporanea per muoversi intorno ad argomenti di portata più vasta e significativa. Nel suo pensiero possiamo infatti rilevare due linee di tendenza principali:

  1. la messa in discussione, spesso polemica e accesa, dei cosiddetti fondamenti delle moderne scienze occidentali e la critica, in generale, all'establishment scientifico;
  2. un punto di vista pluralistico e interculturale che interessa le varie tradizioni e le scienze antiche, mirante più all'unita che alla diversità, che cerca di sottolineare le corrispondenze piuttosto che accentuare le differenze tra le stesse tradizioni.

Critica alle scienze

Per indagare a fondo e mettere a fuoco il carattere illusorio, effimero o, quantomeno, poco consistente dei fondamenti scientifici, cosa del resto suffragata da illustri scienziati i quali hanno spesso sostenuto che la scienza non si interessa di questioni metafisiche, Feyerabend parte da una domanda molto semplice: "Che cosa ha di speciale la scienza che la rende superiore alle altre tradizioni?"
La risposta lakatosiana e popperiana, ma che trova origine già in Cartesio e la seguente: "La scienza e una forma di conoscenza preminente perché in essa si manifesta al suo massimo livello la razionalità, espressa in un 'metodo' rigoroso e oggettivo, per quanto provvisorio e instabile, basato più su una 'palude' che su 'solida roccia'.
Secondo Feyerabend, invece, non esiste alcun barlume di razionalità nella scienza, alcun metodo privilegiato e, di conseguenza, la conoscenza scientifica si pone sullo stesso piano di altre tradizioni: come osserva l'Autore, "...la scienza e un'impresa essenzialmente anarchica..." e una buona scienza è un'arte, non una scienza...".
Queste considerazioni portano Feyerabend sul terreno del pluralismo culturale, soprattutto quando sostiene che nella società devono avere libero accesso tutte le tradizioni a cui appartengono i cittadini, mentre è solo ipocrisia il fatto che tutti abbiano la possibilità di essere compartecipi della stessa cultura, quella dominante.
Ritornando alle questioni epistemologiche, l'Autore, nell'esaminare il caso di Galileo, osserva che soltanto chi ha avuto il coraggio di agire in modo controinduttivo è riuscito, poi, ad ottenere dei progressi nella scienza, cioè chi è andato contro teorie e fatti consolidati, contro l'evidenza empirica, contro la razionalità scientifica prevalente (quella degli aristotelici del tempo di Galileo). Atti di palese irrazionalità sarebbero, quindi, alla base del progresso scientifico, atti che, di per sé, proverebbero l'inesistenza di un qualche criterio di razionalità nella scienza. Feyerabend ritiene che le teorie sostenute da Galileo e le sue scoperte 'sperimentali' fossero in realtà, confutate dai 'fatti' : le sue osservazioni astronomiche (satelliti di Giove, macchie solari, crateri lunari, anelli di Saturno) erano inconsistenti sul piano teorico -mancava una teoria ottica adeguata- e, sul piano dei 'fatti', le stesse erano smentite dalle osservazioni ad occhio nudo: il cannocchiale galileiano ingrandiva la Luna ma non le stelle. A tale proposito, lo storico della scienza Vasco Ronchi afferma che lo stesso Galileo non era sicuro dell'effettivo contenuto di verità, dell'autenticità, della corrispondenza con la realtà delle sue osservazioni telescopiche. Perciò, Feyerabend sembra quasi porsi dalla parte dello strumentalista Cardinal Bellarmino quando chiedeva a Galileo di fornirgli le prove di quello che sosteneva, oppure di dichiarare che la sua era una semplice ipotesi cosmologica sulla costituzione del mondo e, quindi, priva di qualunque valore di verità.
Inoltre, per Feyerabend la scienza è, per cosi dire, irrazionale, perché non ci sono buone ragioni o criteri per valutare le varie teorie scientifiche: non esiste una qualche base osservativa neutrale che funga da pietra di paragone tra sistemi cosmologici in competizione tra loro e che renda possibile la scelta tra paradigmi diversi: i cosiddetti 'dati. osservativi' sono, in realtà, teorici, sono essi stessi delle interpretazioni, dipendono dalle teorie (pregnanza teorica delle osservazioni). Perciò, come sembra concludere Feyerabend, rimangono soltanto giudizi estetici, giudizi di gusto, e i propri desideri soggettivi.
Tra le idee-forza dell'epistemologia contemporanea, attaccate da Feyerabend, vi è quella di progresso scientifico cumulativo, cioè quella dell'aumento del contenuto empirico della conoscenza, frutto, secondo l'Autore, di una mera illusione epistemologica che mette a fuoco soltanto i punti di contatto tra le teorie che si succedono e non, invece, le grosse discontinuità che giustificano la visione di progresso scientifico per rottura, sostenuta da Feyerabend, dal primo T. Kuhn e da altri filosofi della scienza post-popperiani. Ciò che a Feyerabend preme di notare è, comunque, la stretta connessione esistente fra l'idea di progresso scientifico cumulativo, fondata sulla deducibilità logica delle teorie susseguenti, per cui, ad esempio, la teoria di Newton appare come un caso particolare della teoria della relatività speciale, e le idee, tipicamente moderne, di progresso infinito, di progresso tecnologico, di economia smisurata, concezioni che l'Autore contrasta nettamente:

«Tentiamo di valutare con giustizia -scrive Feyerabend- quali risultati ha portato la scienza moderna. Essa ha prodotto automobili, telefoni, e molta gente non riesce nemmeno ad immaginare la vita senza di essi. Ma la successiva produzione di automobili e telefoni non dipende dalla filosofia della scienza; dal momento della loro invenzione, possono essere prodotti a memoria, senza alcuna filosofia. Il costante perfezionamento di automobili e telefoni, invece, ha bisogno di una filosofia per la quale progresso e trasformazione siano dei valori. La maggior parte delle trasformazioni in questo campo, però, non sono affatto dei perfezionamenti, ma solo stimoli. che devono indurre la gente a comprare più automobili...Un vero perfezionamento della vita umana può invece esigere trasformazioni fondamentali delle basi filosofiche e l'abbandono del postulato dell'aumento del contenuto empirico della conoscenza...».2

In sintesi, la filosofia della scienza che valuta il progresso del sapere a seconda dell'aumento del suo contenuto empirico e solo una diversa espressione della filosofia che considera il progresso tecnologico quale valore supremo ed è, nello stesso modo, una filosofia antiumana. Al postutto, Feyerabend propone un anarchismo epistemologico che corrisponde, sul piano sociale e politico, all'idea di pluralismo: ognuno, ogni gruppo sociale o culturale è libero di portare avanti le proprie tradizioni, il proprio punto di vista, senza che paradigmi dominanti possano opporre divieti.

Prospettiva pluralistica interculturale

Alla base del suo discorso epistemologico vi è in Feyerabend una presa di posizione di tipo etico, espressa soprattutto nel volume La scienza in una società libera (1978), in cui egli, tra l'altro, espone la sua proposta, poi in parte attuata, di costituire vari comitati formati da profani per il controllo dei professionisti della scienza, dell'istruzione e della medicina ufficiale, in breve, riguardo a libere iniziative di cittadini nei confronti dei cosiddetti 'esperti' e a svariate, poliedriche attività in favore di un'apertura in senso multiculturale della società.
Feyerabend sostiene che tutti hanno più o meno imparato a tener d'occhio artigiani, falegnami, idraulici, elettricisti, di cui non sempre ci si può fidare. Lo stesso vale per professioni di tipo più intellettuale, ossia per avvocati, geologi, finanzieri. Tuttavia, ci sono specialisti a cui si dà maggiore affidamento. E a torto.
"Molti -osserva l'Autore- guardano a un medico o a un educatore con la stessa devozione con cui un tempo si guardava a un prete. Ma i medici fanno diagnosi sbagliate, prescrivono medicine dannose, fanno uso dei raggi X anche nei casi in cui già la semplice ispezione o la diagnosi sulla base del polso avrebbero potuto essere utili; essi tagliano, comprimono, mutilano alla minima occasione, in parte perché sono incompetenti, in parte perché sono sovraccarichi di lavoro ed è più facile mandare un paziente dal radiologo, in parte perché non si preoccupano del paziente e non vengono sorvegliati da nessuno, ma in parte anche a causa di certe mode vigenti nella medicina stessa."3
Quei comitati di profani, magari eletti pubblicamente, devono cosi favorire la ripresa e l'esercizio della medicina tribale, empirica e non scientifica, perché ogni uomo ha diritto di essere curato con la pratica terapeutica che ritiene più opportuna e, soprattutto, seguendo gli indirizzi della propria cultura di appartenenza: ' ogni cittadino, in definitiva, dovrebbe avere la possibilità di vivere in modo conforme alla propria tradizione e, così pure, le istituzioni sociali e civili in cui è inserito dovrebbero adeguarsi e rispecchiare debitamente le sue scelte, visto anche il notevole contributo in denaro che versa nelle casse statali. I cittadini di uno Stato, ad esempio, potrebbero esigere l'inserimento nel piano di studio della loro università pubblica di insegnamenti quali la medicina popolare, l'agopuntura, l'astrologia, la scienza aristotelica, le cerimonie della danza della pioggia e la cosmologia hopi. L'ultima parola, nella scelta dei contenuti, non spetta agli esperti ma, secondo Feyerabend, alla decisione dei comitati in cui i non specialisti devono avere la maggioranza.

È ancora da sottolineare come l'Autore, con l'asserzione che tutte le tradizioni hanno uguali diritti, vada a colpire uno dei nodi centrali che informano il mondo occidentale nel suo complesso, ossia l'etnocentrismo che non rispetta e non riconosce, ma emargina ed esclude, il più delle volte senza neppure conoscerle, e le culture delle minoranze e quelle di altri popoli non occidentali.
Infatti, Feyerabend si pone contro l'idea ipertrofica di una scienza considerata come l'unica forma di conoscenza vera ed autentica del reale e, per questo, superiore a tutte le altre tradizioni, anche a quelle forme culturali, elaborate e sviluppate in epoche premoderne nel nostro stesso continente, come la scienza aristotelica, la medicina delle erbe, l'astrologia, ritenute superate e 'regressive' in quanto non rientrano nei canoni di tipo razionalistico della modernità. Feyerabend assume così una posizione volta al riconoscimento e, dove possibile, al recupero di queste culture premoderne occidentali assieme alla salvaguardia e alla valorizzazione delle tradizioni viventi che appartengono al mondo non occidentale, quali la medicina cinese del Nei Ching, la cosmologia hopi e la sapienza tradizionale degli Indiani d'America, in genere4.

In conclusione, quello testimoniato da Feyerabend è un atteggiamento perfettamente in linea con un'educazione ed un approccio interculturali alla realtà attuale sempre più variegata, poliedrica e multiforme che l'etnocentrismo arrogante di una minoranza dell'umanità rischia di relegare nel desolante universo della deculturazione.

 


Note

1- Epistemologo radicale (Vienna 1924-Genolier 1994), professore di Filosofia e di Filosofia della scienza in varie università europee e americane, ha scritto molti articoli e libri, soprattutto di carattere episternologico ed etico-politico. La sua opera più famosa è il pamphlet Contro il metodo (trad. it. Feltrinelli, Nilano 1979). Il suo nome è spesso associato a quello di T. Kuhn per via del modo affine con cui entrambi affrontano determinati aspetti quali l'incommensurabilità e il relativismo. torna al testo ^

2- P. K. Feyerabend, In Defence of Aristotle: Comments on the Condition of Content Increase, in Progress and Rationality in Science, Edited by G. Radnitzky and G. Andersson, "Boston Studies in the Philosophy of Science", vol. LVIII, Reidel, Dordrecht 1978, p. 153. torna al testo ^

3- P. K. Feyerabend, La scienza in una società libera, Feltrinelli, Milano 1981, pp. 148-149 n.89. torna al testo ^

4- Classifichiamo come non appartenenti al mondo occidentale la cosmologia hopi e le dottrine sapienziali degli Indiani d'America, in genere, anche se geograficamente vi sarebbero incluse, in quanto non solo non hanno mai fatto parte integrante di esso, ma ne sono state forzatamente escluse con l'annientamento di quelle popolazioni che le esprimevano. torna al testo ^

 

Mario Cenedese

 

 

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Articolo inserito in data: sabato, 3 ottobre, 1998.

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