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Itinerari del sacro attraverso le scienze naturali: Adolf Portmann

di Giovanni Monastra

da AA. VV., La cultura contemporanea e il sacro, vol. II, Rimini, il Cerchio, 1985

Lo svedese Carlo Linneo, il fondatore della moderna sistematica biologica, scriveva che la scienza naturale

«partendo da una conoscenza chiara e perspicua delle cose create in questo mondo, ci informa mediante i caratteri loro propri. Essa, di conseguenza, è la scienza che trasmette i precetti per comprendere il libro della natura, impresso dal Creatore stesso nei caratteri anziché nelle lettere. Libro della natura che contiene l'opera della creazione, cioè la sapienza del Sommo Ente quale si manifesta nelle sue opere»1.

E continuava:

«La contemplazione delle cose naturali ci conduce a Dio [...] la scienza naturale è senz'altro la prima delle scienze e quella che merita maggiormente di impegnare l'attività e l'operosità diligente dell'uomo, poiché è senz'altro Scienza Divina. Non solo essa svela la causa per cui è stato creato l'uomo, ma lo conduce per una via diritta a conoscere la Maestà, la Sapienza, l'Onnipotenza, l'Onniscienza e la Clemenza del suo Creatore»2.

Questa funzione di dottrina della decifrazione della realtà fisica, dottrina provvista di un suo coerente insieme di principi e di una metodica di analisi razionale e precisa, attribuita alla scienza nei termini sopra esposti, in guisa di un vero e proprio itinerario anagogico, questa funzione - dicevamo - la si ritrova nelle concezioni di eminenti studiosi della natura, da Keplero e Paracelso fino a von Uexküll, Vialleton, Bavink, Capra. Ma una simile visione non si può certo dire presente nella scienza moderna, almeno nelle sue correnti egemoni.
Come ha efficacemente dimostrato l'epistemologo T. Kuhn, la scienza è contraddistinta da specifici paradigmi, cioè idee generali, concezioni, valori e credenze, che nel corso della storia sono mutati più volte in seguito a vere e proprie rivoluzioni scientifiche. Queste nascono quando la scienza di un determinato periodo storico entra in crisi, essendo incapace di risolvere i problemi di fronte ai quali si trova, e quindi da più parti si tende a sostituirla, tramite la cosiddetta «ricerca straordinaria», con una visione diversa e qualitativamente rinnovata della natura. La scienza, quindi, non è una conoscenza oggettiva e astratta dallo spirito umano, ma anzi, come affermava il Dürken,

«esiste uno stretto rapporto reciproco fra teorie scientifiche e pensiero generale che domina in una data epoca [... infatti] la scienza non è per nulla priva di premesse [extrascientifiche]»3.

Ebbene i paradigmi che connotano e informano la scienza moderna sono quelli nati con Bacone, Galileo, Newton, Cartesio: l'identificazione della natura con una grande macchina, costituita da parti o pezzi materiali intercambiabili, la rigida separazione Soggetto-Oggetto, la riduzione di ogni qualità a quantità, il rifiuto di una "intelligenza" immanente alla natura..., cioè il meccanicismo, l'oggettivismo, il matematicismo, il casualismo. Come risulta evidente, si tratta dell'esatta antitesi di ogni concezione aperta al sacro e al trascendente, quale la si ritrova ancora in Linneo.
Così la scienza moderna ufficiale, dopo aver affermato che nulla si può conoscere al di là dei dati fisici, nelle sue formulazioni più estremiste pretende che nulla esista al di là della realtà fisica, giungendo quindi ad affermare che metafisica, religione, Dio, cioè la sfera del sacro, sono pure e semplici irrealtà, frutto della fantasia ingenua dei popoli non ancora evoluti, schiavi delle superstizioni e terrorizzati da una natura che sono incapaci a dominare. L'ideale newtoniano dell'uniformità delle leggi della natura fa da garante a questa concezione riduzionista e livellatrice.

Mircea Eliade ha dimostrato come per la mentalità arcaica, tradizionale, sacro equivale alla realtà per eccellenza 4, a ciò che esiste in massimo grado, con la massima intensità. Ad una analoga conclusione, dopo una analisi condotta sul piano linguistico, è giunta anche Huguette Fugier, la quale ha notato come la radice *sak-, che sta alla base di tutte le parole indoeuropee indicanti il sacro, presenta un immediato riferimento con l'essenza del reale, con i suoi fondamenti più veri e concreti. Come afferma J. Ries, «per il pensiero indoeuropeo, il sacro costituisce una realtà fondamentale dell'esistenza»5, a cui si lega significativamente il termine sancire. Così oggi la scienza moderna, nata nella stessa area geografica di molti popoli indoeuropei, frutto della cultura e della mentalità occidentali, è giunta, alla fine di un lungo tragitto, a contraddire nettamente tale assunto, capovolgendolo: ora il sacro equivale a fantasia e irrealtà, al cui opposto sta appunto la scienza, che si caratterizza per le sue conoscenze e i suoi dati "concreti".

Contrariamente, però, alla affermazione kuhnniana che la scienza "normale" di un dato periodo (cioè quella definita dagli stessi paradigmi vincitori della precedente rivoluzione scientifica) sia la scienza in assoluto, non potendo esistere nulla di "scientifico" al di fuori di essa, noi osserviamo che esistono alcuni filoni sotterranei e alternativi a quello egemone, che, solo a prima vista, appare essere l'unico. Anche queste correnti meritano a pieno titolo la definizione di "scienza", in quanto i loro esponenti rivestono, o hanno rivestito, ruoli di rilievo nella storia del progresso scientifico. Spesso essi hanno conseguito numerose e validissime scoperte, universalmente riconosciute (seppur spesso si ignorano gli orizzonti culturali eterodossi all'interno dei quali esse sono maturate), che talora, a ben vedere, risultano in contraddizione con i paradigmi ufficiali in vigore. Così, inoltrandoci in questi mondi poco conosciuti, troviamo inaspettatamente autori di spicco, alcuni dei quali sono ben noti a chi possiede una buona formazione scientifica.

In questa occasione vogliamo parlare delle idee del biologo svizzero Adolf Portmann, scomparso nel 1982. Nato a Basilea il 27 maggio 1897, si laureò nel 1921, presso la locale università, in zoologia con il massimo dei voti, e negli anni successivi si recò per motivi di studio in diverse università europee: Monaco, Berlino, Parigi6. Divenne ben presto assistente e poi professore ordinario (1933) all'istituto di zoologia dell'Università di Basilea. Nel 1947 fu nominato rettore della stessa università, a testimonianza dell'alto credito di cui godeva. Di famiglia socialista, Portmann politicamente rimase su queste posizioni, anche se la sua rigorosa fede cristiana, lontana da compromessi, ne fece un socialista sui generis. Pur interessandosi in modo specifico, come ricercatore, allo studio della zoologia (specie dei cefalopodi), settore in cui ha lasciato una enorme produzione scientifica, per tutta la vita egli, animato da una sensibilità di tipo goethiano, rimase affascinato dal mistero del mondo vivente nella sua totalità, mistero che nemmeno la ricerca scientifica è riuscita a dissipare del tutto. La vastità dei suoi interessi lo spinse a inoltrarsi anche in altri settori, quali la sociologia, la antropologia, la psicologia.

Del mondo vivente egli studiò, per moltissimi anni, uno dei fenomeni ancora oggi inspiegabili in termini esclusivamente chimico-fisici, cioè secondo i canoni della scienza moderna "classica": la forma, specie quella degli animali. In essa Portmann vide quasi un simbolo, una manifestazione di realtà nascoste, celate, realtà non solo di ordine fisico. I risultati delle sue ricerche lo indussero a rifiutare come unilaterale e riduzionista la teoria darwiniana, il cui pan-utilitarismo gli appariva grottesco. Infatti negli animali, accanto ai caratteri "funzionali", per i quali il ragionamento di Darwin potrebbe essere accettato, ne esistono altri, definiti da Portmann "vettoriali", che rivestono un ruolo ben diverso, non utilitaristico, in quanto servono come autopresentazione, come disvelamento dell'interioritàdel vivente.
Da parte sua - vi accenniamo solamente - un altro biologo di fama mondiale, il botanico monacense Wilhelm Troll, assai vicino a Portmann quanto a sensibilità ideale e anch'egli discepolo di Goethe, lamentava il fatto che la moderna ricerca naturalistica avesse trascurato lo studio delle forme, anche a causa dello

«enorme perfezionamento del microscopio che ha condotto a una smisurata sopravvalutazione della microsservazione - un caso speciale di ogni erudita miopia, di cui parlava Nietzsche»7.

Secondo Troll, riecheggiando Platone, esistono

«idee di una potenza creatrice che dai retroscena del mondo agisce all'interno della natura, la quale, conferendo alla materia nuove e moderne espressioni, dà vita alle forme basilari tipologiche della conformazione organica. La storia della vita organica è infatti da concepire solo come storia naturale della creazione»8.

Come scrive Emil Ungerer, uno dei più seri tra i biologi interessati alla storia della scienza e alla biologia teoretica,

«secondo Troll queste ricerche morfologiche non sono dirette ad una spiegazione nel senso delle scienze causali, ma ad una derivazione riferendo la molteplicità a una idea comune. Per individuare questo passaggio dalla unità alla molteplicità, attraverso cui il mondo dotato di senso raggiunge il carattere simbolico della essenzialità che in esso si manifesta, si rileva anche come sia un necessario presupposto l'esatta ricerca dei fatti. Soltanto con il riferimento ad un'idea, tuttavia, l'indagine comparativa delle uguaglianze, somiglianze e differenze raggiunge una norma che risulta stabilendo omologie per mezzo del riferimento alla corrispondente totalità della forma, come affini ordinamenti costitutivi all'interno dello stesso piano strutturale»9.

Tutto questo ordine di idee, comune anche ad un Heinrich Frieling10, si scontra con le concezioni di un Monod o di un Jacob.
Per il primo, infatti, la «prodigiosa varietà delle strutture degli esseri viventi, dal batterio all'uomo» è «il risultato di una gigantesca lotteria in cui vengono tirati a sorte dei numeri tra i quali una cieca selezione designa rari vincenti»11.
Da parte sua Jacob assimila il procedere dell'evoluzione mediante selezione naturale al lavoro di un maldestro bricoleur, «il quale non sa esattamente che cosa produrrà»12 e che si serve di cianfrusaglie messe via via insieme alla meno peggio.

A questo positivismo d'accatto Portmann opponeva l'idea della "vita come rapporto preordinato" 13, come ordine armonico, totalità stabile nella sua dinamicità. In proposito egli precisava:

«l'ordine che domina i processi vitali [è un] ordine appartenente a un regno assai diverso da quello della nostra logica e i cui rapporti con quest'ultima rimangono profondamente enigmatici»14.

Questo lo induceva a rifiutare l'onnipotenza del Caso, entità che tra i darwinisti, come ha scritto un altro grande studioso, lo zoologo francese P. P. Grassè,

«acquista l'aspetto di una Provvidenza di cui, sotto la copertura dell'ateismo, non si pronuncia mai il nome, ma che si venera in segreto»15.

Appropriatamente esiste il detto «diabolus deus inversus»!Per Portmann, quindi, bisogna evitare «di tirare in ballo il caso ogni volta che un certo dato di fatto ci appare incomprensibile. Caso è oggi una parola magica»16 con la quale si vuole impedire ogni ricerca seria in certi settori, tra cui lo zoologo di Basilea pone l'affascinante problema dell'interiorità degli esseri viventi, di tutti gli esseri viventi.
Seguiamolo nella descrizione assai plastica che egli formula di tale dimensione:

«Dato primario è per noi l'essere individualizzato, la cui attività interna produce un rapporto con il mondo di ricchezza assai variabile, e che, in nuce, in alcuni suoi tratti essenziali ci appare già predisposto a questo rapporto in forza di determinate strutture e processi ereditari. Certi caratteri distintivi dei viventi, come la reazione agli stimoli, l'attività nervosa, le funzioni dei sensi e il movimento, sono elementi di quel complesso stato di cose che costituisce il rapporto con il mondo. L'insieme di queste attività correlate all'ambiente è ciò che chiamiamo l'interiorità, espressione designante una realtà non spaziale che non va confusa con l'insieme degli organi interni del corpo. L'azione di questa interiorità si manifesta nei caratteri esterni del vivente attraverso i più diversi rapporti sensoriali. L'aspetto visibile stesso va inteso soprattutto e nel senso più ampio come autopresentazione dell'individuo»17, cosicché egli può ripetere la frase goethiana: «Ogni forma vivente vuole anche mettersi in mostra».

La forma viene, quindi, intesa da Portmann come totalità comprendente sia l'aspetto fisico-anatomico, sia i comportamenti, i movimenti, i cicli vitali dei viventi: ad esempio, anche la stessa migrazione degli uccelli è una manifestazione dell'essere. «I caratteri dell'auto-presentazione vanno al di là delle funzioni di conservazione, di selezione, di utilità immediata e ci si presentano come il dato di fatto primario di ogni essere vivente»18, che quindi non può essere ridotto a un semplice fascio di funzioni secondo una visione robotomorfica.
Infatti «la caratteristica del mondo organico consiste anche nel liberarsi dalla mera funzionalità per sconfinare nel superfluo»19. Secondo Portmann «la natura è una immensa e sconosciuta unità, una realtà unitaria che costituisce il campo di indagine di tutte le scienze naturali»20. A sua volta anche l'organismo è «una realtà fenomenica unitaria»21, «un tutto che non può venire inteso come somma di strutture e delle loro funzioni»22, richiamandosi in tal modo al pensiero di Aristotele.

Così, contro ogni riduzionismo e atomismo meccanicista, l'organicista e olista Portmann riafferma la priorità del Tutto sulle parti, dell'Ordine sul caos, della Creatività sull'utilità, in definitiva: della Poiesis plotiniana sulla praxis fabbricativa.
Egli, affermando che «il superamento di una concezione utilitaristica del mondo vivente è uno dei compiti della biologia dei nostri giorni»23, riafferma l'essenza perenne della vita e della natura di contro alle attuali contraffazioni scientiste che le hanno sfigurate.

Ma l'azione anticonformista, in campo scientifico e culturale, di Portmann non si ferma neanche davanti ad uno dei miti più radicati nel mondo moderno: lo storicismo. Cosicché egli scrive giustamente che «l'universale desiderio di spiegare ogni cosa mediante la sua storia, risalendo il corso del passato, ci ha portati da molto tempo a superare i limiti di una conoscenza reale»24, toccando uno dei punti focali del pensiero moderno, ossessionato dal tempo e dal divenire.

A questo punto non stupirà che Portmann, sentendosi estraneo al mistificante approccio verso la natura adottato da certa "scienza", trovava un ampio accordo tra la sua concezione della natura e quella "sviluppatasi nell'Oriente asiatico" 25, col quale egli, platonico e goethiano, si trovava in perfetta sintonia, specie con il Taoismo. Anche sotto il profilo storico-antropologico Portmann vedeva nell'Oriente un luogo culturale privilegiato in cui l'interiorità umana si era sviluppata in modo armonico, senza le deformazioni tecniciste e razionaliste dell'Occidente. Con rigorosa consequenzialità le sue simpatie andavano anche al Medio Evo, l'ultimo periodo storico dell'Occidente in cui vi era stato «equilibrio fra vita attiva e contemplativa»26.

Se ripensiamo a tutto quanto abbiamo detto osserviamo come il programma linneano di studio della natura si concretizzi perfettamente nella lunga ricerca scientifica condotta da Portmann: l'aver reintrodotto nel mondo vivente l'Ordine, l'Armonia, il Bello, cioè le espressioni dell'operare di una Intelligenza Cosmica, senza però abbandonare il terreno dei dati concreti, ci sembra già di per se stesso assai significativo, oltre che rappresentare una tappa essenziale, di base, per una più realistica concezione della natura. Questa, senza rifiutare nulla delle moderne e valide acquisizioni scientifiche, deve evitare di porsi in aprioristica opposizione con i valori dello Spirito, mantenendosi, cioè, "aperta" al trascendente, al sacro e al suo irrompere nella scena del mondo. Non si tratta di confondere tra loro piani diversi, ma, piuttosto, di fare riferimento a un tipo generale di conoscenza articolato su più livelli, o, in altre parole, sistemico e anti-riduzionista. A questo proposito, compiendo un ulteriore passo avanti attraverso il pensiero di Portmann, notiamo come egli fu sempre cosciente dei limiti della scienza e, quindi, della necessità di sapersi fermare davanti a certi problemi senza risposta, quali, ad esempio, quelli dell'origine e della finalità degli esseri viventi, che, a suo parere, sarebbero rimasti per sempre scientificamente insolubili. Questa visione del sapere scientifico non evolutiva all'infinito, lontana da ogni ottimismo di maniera, di stampo neopositivista, è propria ad ogni grande scienziato, il quale sa evitare le lusinghe della superbia prometeica.
Portmann era perfettamente consapevole della inevitabilità della presenza del mistero e dell'enigma nella natura, a dispetto di ogni progresso delle conoscenze scientifiche. Anzi ci si può rendere conto

«di quanto tutte le forme organiche oltrepassino ciò che è in grado di dire di esse lo scienziato. In realtà è soltanto la ricerca più rigorosa che ci dà la chiave per accedere ad un mondo di misteri, alle porte del quale conduce talvolta il lungo cammino del lavoro scientifico. Suona strana l'affermazione che la scienza della natura ci conduce a un mondo di misteri. La nostra orgogliosa mentalità occidentale ha rivolto tutti i suoi sforzi a tutto ciò che è pensabile per rimuovere qualsiasi elemento di mistero»27,

ma ha fallito, provocando, tra l'altro, una reazione opposta di tipo irrazionalistico, che Portmann rifiuta ugualmente. Per lo zoologo di Basilea, infatti, il mistero non deve essere un alibi per sviluppare gratuite fantasticherie, ma piuttosto deve suscitare "stupore" nell'uomo smaliziato e ammalato di razionalismo dell'era moderna, facendogli ricordare, in una significativa lezione, l'insuperabilità di certi limiti da parte dei semplici mezzi conoscitivi umani, siano anche i più raffinati. Il mistero è una realtà ineliminabile che l'uomo deve imparare a percepire anche accanto a sé, perfino laddove la banalità della vita quotidiana ce lo ha fatto trascurare o dimenticare, negli stessi animali e nelle piante che ci circondano, i quali, se guardati con occhi diversi, svelano nuovi aspetti, spesso problematici o inquietanti.

Parlando a Radio Basilea, nel 1957, così lo scienziato Adolf Portmann concludeva il suo intervento:

«Posso rappresentarmi il mistero della realtà come una profonda oscurità o come una luce radiosa, ma non vedo né al di qua né al di là: il mistero ci circonda e ci penetra, vi siamo continuamente immersi»28.

Nella stessa occasione Portmann toccò specificamente il problema spirituale. Dopo aver messo in rilievo la differenza qualitativa tra uomo e animale, differenza che la ricerca biologica, se non è fatta alla cieca, discerne ed evidenzia perfettamente, aggiunse:

«La prova della situazione particolare dell'uomo è il risultato della indagine scientifica della forma umana dell'essere: non implica il riconoscimento scientifico di una fede particolare, ma piuttosto di un modo particolare di presenza nel mondo, presenza in cui siano profondamente radicati bisogni religiosi»29.

E in un'altra occasione aveva affermato:

«La scienza del secolo XIX volle considerare la spiritualità come un epifenomeno assai tardivo della nostra evoluzione, scaturito dall'azione combinata e possente degli istinti di nutrizione, di dominazione e di riproduzione e formatosi con estrema lentezza nel corso dell'evoluzione che collega l’animale superiore all'uomo. La biologia, invece, nella misura in cui non si isola dal complesso della attività spirituale contemporanea per servire a dogmi politici o sociali, è sempre più incline a ritenere che [...] lo spirito sia un connotato iniziale del sistema umano, e non una funzione secondaria sviluppatasi tardivamente»30,

riconfermando così la concezione della unità e originalità fondamentali ed essenziali del sistema "uomo". Secondo Portmann, infatti, la nostra specie fa parte della natura, ma nello stesso tempo la trascende, e nulla può venire compreso circa la natura umana da chi è vittima della mentalità zoomorfica.

In realtà «non ci è possibile - scriveva - tentare di spiegare le peculiarità spirituali dell'uomo facendole derivare da questa o quella attività animale, per quanto grande possa essere, a prima vista, l'analogia con queste ultime»31.

Ricordiamo, a tale proposito, le parole di Lao Tse: «Tutto l'animale è nell'uomo, ma non tutto l'uomo è nell'animale». Così anche in questo caso la scienza non può andare oltre: essa traccia, a grandi linee, alcuni tratti dello scenario, ma la maggior parte del quadro della vita, nei suoi aspetti più elevati, non rientra nelle sue competenze. Siamo su un piano qualitativamente differente.

 

Addendum:

Coloro i quali fossero interessati ad approfondire, in italiano, il pensiero biologico-naturalistico di Portmann, possono fare riferimento, oltre che ai testi riportati in nota (di cui sono state citate le prime edizioni nella nostra lingua), anche ad alcuni saggi dello studioso svizzero contenuti, insieme a quelli di altri autori, nei volumi della collana "I Quaderni di Eranos" pubblicati negli anni novanta dalle edizioni red di Como. I libri dove appaiono suoi scritti sono: Il rito, Le stagioni della vita, L'uomo ricercatore e giocatore, Le metamorfosi del tempo.

 


Note

1- Carlo Linneo, L'equilibrio della natura, Feltrinelli, Milano 1982, p. 150. torna al testo ^

2- Ibidem, p. 154. torna al testo ^

3- Bernhard Dürken, Biologia dello sviluppo e olismo, Sansoni, Firenze 1943, p. 6. torna al testo ^

4- Mircea Eliade, Il sacro e il profano, Boringhieri, Torino 1973, p. 15. torna al testo ^

5- Julien Ries, Il sacro nella storia religiosa dell'umanità, Jaka Book, Milano 1981, p. 157. torna al testo ^

6- la maggior parte delle notizie biografiche su Portmann sono state riprese da: Joachim Illies, Das Geheimnis del Lebendigen - Leben und Werk des Biologen Adolf Portmann, Kindler Verlag GmbH, Monaco 1976. torna al testo ^

7- Wilhelm Troll, Vergleichende Morphologie der höheren Pflanzen, Verlag von Gebruder Borntraeger, Berlino 1937, p. 1. torna al testo ^

8- Ibidem, p. VI. torna al testo ^

9- Emil Ungerer, Fondamenti teorici delle scienze biologiche, Feltrinelli, Milano 1972, p. 345. torna al testo ^

10- cfr. Heinrich Frieling, Das Leben,Gerd Schilling, 1949. torna al testo ^

11- Jacques Monod, Il caso e la necessità, Mondadori, Milano 1970 p. 113. torna al testo ^

12- Francois Jacob, Evoluzione e bricolage, Einaudi, Torino 1978, p. 17. torna al testo ^

13- Adolf Portmann, Le forme viventi, Adelphi, Milano 1969 p. 33. torna al testo ^

14- Adolf Portmann, L'arte nella vita dell'uomo, in: AA.VV., Dibattito sull'arte contemporanea, Comunità, Milano 1954, p. 133. torna al testo ^

15- Pierre P.Grassé, L'evoluzione del vivente, Adelphi, Milano 1979, p. 157. torna al testo ^

16- Adolf Portmann, Le forme viventi,cit., p. 65. torna al testo ^

17- Ibidem, p. 31. torna al testo ^

18- Ibidem, pp. 31-2. torna al testo ^

19- Adolf Portmann, voce: "Biologia e Antropologia" in: AA.VV., I Propilei Grande Storia Universale, Mondadori, Milano 1968, p. 642. torna al testo ^

20- Adolf Portmann, Le forme viventi,cit., p. 29. torna al testo ^

21- Ibidem, p. 33. torna al testo ^

22- Ibidem, p. 32. torna al testo ^

23- Adolf Portmann, voce: "Biologia ecc.",cit., p. 644. torna al testo ^

24- Adolf Portmann, L'arte ecc.,cit., p. 136. torna al testo ^

25- Adolf Portmann, Le forme viventi, cit., p. 35. torna al testo ^

26- Adolf Portmann, L'arte ecc.,cit., pp. 146-7. torna al testo ^

27- Adolf Portmann, Le forme degli animali, Feltrinelli, Milano 1960, pp. 241-2. torna al testo ^

28- Adolf Portmann,testo riportato in: AA.VV., Immortalità, Claudiana, Torino 1961, p. 28. torna al testo ^

29- Ibidem, p. 26. torna al testo ^

30- Adolf Portmann, L'arte ecc.,cit., p. 135. torna al testo ^

31- Ibidem, p. 136. torna al testo ^

 

Giovanni Monastra

 

 

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Articolo inserito in data: martedì, 14 novembre, 2000.

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