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Daladanamuni: Dattalahari - ("L'onda di Datta")

di Edoardo Beato

Dattalahari, a cura di Antonio Rigopoulos, Cafoscarina 1999

 

«La giungla s'acquattava ingobbita dal silenzio.
Allora parlò il tuono
DA
Datta: che cosa abbiamo dato?
Amico mio, sangue che mi scuote il cuore
La terribile audacia d'un momento d'abbandono
Che una vita di prudenza non potrà mai revocare
Per questo, e questo soltanto, noi siamo esistiti,
E non lo si troverà nei nostri necrologi
Né nelle scritte in memoria drappeggiate dal benefico ragno
Né sotto i sigilli rotti dallo smunto notaio
Nelle stanze vuote.
DA...
».
(T. S. Eliot, La terra desolata, tr. it. Milano 1982, p. 191).

In una lettera a Bertrand Russell datata 15 Agosto 1923 T. S. Eliot a proposito della raccolta La terra desolata faceva notare come la sezione intitolata Ciò che disse il tuono costituisse non solamente la parte migliore del poema, ma anche l'unica che giustificasse l'intera opera. In tale sezione la voce del tuono pronuncia per tre volte il bija-mantra di Dattatreya, il suono DA, capace di suscitare la sottile presenza del dio. Il fonema mantrico, ancorché pronunciato inconsciamente, ha il potere d'incarnare la divinità stessa, o almeno di attrarne le energie corrispondenti: il suono evoca la forma e viceversa. È nella terra desolata, nel più crudele dei mesi, nelle chiare acque della poesia di Eliot che la visitazione del dio fa la sua comparsa nell'Occidente contemporaneo. Non stupisca tale ubiquità divina giacché

«A volte manifestandosi quale Pura Coscienza, altre volte come un idiota,/ Egli può mostrarsi come il conoscitore di tutti gli Agama e altresì come un ignorante. Tu ti aggiri per il mondo di volta in volta sotto le spoglie più svariate…» (stanza 35); «sempre Dattatreya s'aggira per il mondo con gioia, Egli ch'è l'Onda della conoscenza!» (stanza 1).

Per la prima volta in lingua occidentale viene presentata a cura di Antonio Rigopoulos per i tipi della Cafoscarina la Dattalahari (lett. "L'onda [della conoscenza] di Datta") di Daladanamuni. Poema sanscrito di carattere innologico-encomiastico, ascrivibile filosoficamente al movimento nondualista (advaita). Assecondando un'attitudine lirico-devozionale, i versi si snodano nella forma di un'instancabile magnificazione del dio Dattatreya,

«Divinità puranica di sintesi elevata a vero e proprio volto dell'Assoluto (Brahman), paradigma del Maestro Eterno (guru), del Rinunciante Supremo (paramahamsa o avadhuta) e della piena Discesa Terrena (avatara) di Brahma, Visnu e Siva in una sola Persona».

Connesso sia al tantrismo sia al Vedanta nondualistico, l'opera di Daladanamuni magnifica innanzitutto Dattatreya nella funzione di «largitore della gnosi salvifica in quanto il Suo tratto distintivo è d'essere sostanziato di conoscenza, non a caso venendo universalmente celebrato quale vera e propria icona della conoscenza» (jnanamurti). Secondariamente viene evocato -come altre divinità di matrice tantrica- «quale largitore al tempo stesso di prosperità materiale (bhukti) e di liberazione dal ciclo delle rinascite (mukti): le due grazie, apparentemente inconciliabili, non si escludono e anzi il "mondano/fenomenico" e l'"ultramondano/metafisico" vengono considerati faccia e interfaccia della stessa medaglia, in una prospettiva radicalmente nondualista».

Contenutisticamente il testo dischiude due grandi temi. Una parte delle stanze sono dedicate «alla meditazione yogica sui cakra –i "centri" d'energia del corpo sottile nella fisiologia mistica dello Yoga tantrico- ove Dattatreya è detto dimorare». Il poema magnifica poi l'aspetto fisico di Lui, che è assimilato a un'icona templare.

Le membra divine di Dattareya sono fatte oggetto di devota contemplazione ad una a una, dalla testa ai piedi, insieme con le vesti, gli ornamenti e gli oggetti da Lui impugnati in una fitta rete di corrispondenze e d'implicazioni teologiche e iconografiche: «Questa striscia di peli addominali splende a partire dal lago del Tuo grande ombelico/come un fluente corso d'acqua, le cui affrettantesi onde son le tre pieghe del Tuo ombelico;/ questa fresca linea venne eretta allo scopo di separare il trimundio:/ oh Asceta avente fatto voto di silenzio, oh Dattatreya, al Tuo addome sono appesi i rilucenti mondi!» (stanza 82).

L'altra metà del poema interagisce costantemente con tali fili conduttori, sia «riecheggiando alcune gesta puraniche di Dattatreya, sia soprattutto identificando il Nume con svariate divinità del pantheon hindu nella volontà di dimostrare come "tutti i nomi Gli appartengano". Parallelamente a ciò il testo non si stanca di mettere in luce come tutta la realtà dipenda da Dattatreya/Brahman, cosicché se è vero che Egli è tutti gli dèi è parimenti vero che Egli li supera nella Sua radicale Trascendenza, tant'è che tutta la manifestazione a cominciare dagli stessi esseri divini abitanti le realtà più rarefatte Gli rende adorazione».

Dal punto di vista stilistico il poema si caratterizza per una liricità intensa atta a descrivere nel quadro di una sincera e profonda devozione i molti «aspetti del rapporto intercorrente tra il devoto umano e la sua divinità d'elezione (istadevata), in un'ampia gamma d'accenti che vanno da quello intimo e amoroso, di vero e proprio struggimento, a quello dell'orazione di petizione in cui il fedele supplica l'attingimento della gnosi salvifica (jnana)».

Di grande interesse è la lingua impiegata. Assai raffinata e di grande freschezza e potenza evocativa, essa ricorre spesso a composti elaborati e ad una struttura sintattica volutamente polisemica. Al traduttore, nonché curatore Antonio Rigopoulos, va il merito di una resa linguistica che pur mantenendosi fedele alla densità del lessico sanscrito riesce elegantemente ad esplicitare l'ampia gamma di significati sottesi. Di particolare aiuto sono le agili note, che nei momenti spesso più intimi aiutano il lettore a dipanare la fitta rete dei riferimenti simbolici.

Oltre che dal testo originale a fronte il volume è impreziosito da un'estesa introduzione nella quale Rigopoulos, che con ogni probabilità è il principale conoscitore di Dattatreya (cfr. Antonio Rigopoulos, Dattatreya. The Immortal Guru, Yogin, and Avatara. A Study of the Transformative and Inclusive Character of a Multi-faceted Hindu Deity, New York 1998), fornisce le coordinate essenziali per orientarsi nello sfondo mitico-religioso che caratterizza l'opera, analizzando dapprima la figura divina di Dattatreya, per passare poi all'insegnamento della Dattalahari, comprendente un dettagliato excursus lungo i sette cakra, e infine concludendo con alcune note sull'autore, Daladanamuni.

L'opera termina, dopo una sequenza in crescendo di prosternazioni adoranti, con la cosiddetta phalasruti, l'enunciazione del frutto derivante dalla recitazione o ascolto del testo. È il compimento d'un percorso nel quale si scopre che, come tante perle di un rosario, ognuna delle 102 stanze del poema costituisce in se stessa un autonomo supporto di meditazione attraverso l'evocazione di un particolare aspetto della divinità. Nel particolare della sua forma corporea, la parte più bassa del dio diviene il punto d'incontro con il devoto, il guado tra l'umano e il divino e il più sublime oggetto di venerazione: «Oh Asceta avente fatto voto di silenzio, ah i Tuoi piedi di loto son freschi scaturiti dalla luna dai raggi nettarini!» (stanza 90).

 

Edoardo Beato

 

 

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Articolo inserito in data: sabato 30 giugno 2001.

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