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René Daumal, Il lavoro su di sé

Adelphi, Milano 1998, pagg. 140, lire 15.000.

di Walter Catalano

René Daumal

L'ultima immagine di René Daumal, scattata da Luc Dietrich quattro giorni prima della morte il 21 Maggio 1944.

 

«Sono morto perché non ho il desiderio, non ho desiderio perché credo di possedere, credo di possedere perché non cerco di dare. Cercando di dare, si vede che non si ha niente, vedendo che non si ha niente, si cerca di dare se stessi, cercando di dare se stessi, si vede che non si è niente, vedendo che non si è niente, si desidera divenire, desiderando divenire, si vive».

In queste parole, scritte un anno esatto prima della morte, René Daumal esprimeva con limpida chiarezza l'implacabilità della sua tensione spirituale. Era, più amara e consapevole, rafforzata dall'ascesi della guerra e della malattia, la stessa "sete d'assoluto" che, qualche anno prima, nel 1930 aveva separato le vie del Grand Jeu -il movimento fondato fin dal 1922 sotto la prima denominazione di «Phrère simplistes», dai liceali Daumal, Gilbert-Lecomte, Vailland, Meyrat, cui si era aggiunto più tardi il pittore Sima- da quelle del Surrealismo di Breton che ne aveva prima «processati» gli esponenti nel 1929 per poi perentoriamente invitarli a confluire nei suoi ranghi.
Nella sua Lettre ouverte à Andrè Breton sur les rapports du surréalisme et du Grand Jeu del 1930, Daumal, senza violenza e perfino concedendo un omaggio finale alla persona di Breton, aveva esposto nettamente perché la fusione gli pareva impossibile. Non escludeva affatto la possibilità di alleanze puntuali «contro i nostri comuni nemici», ma sottolineava l'irrimediabile iato che divideva i due gruppi: l'ideologia e la pratica surrealista era severamente definita come semplice «science amusante», ma non aveva niente in comune con la «rivoluzione-rivelazione» del gruppo iniziatico che il Grand Jeu voleva essere:

«Prenez garde, André Breton, de figurer plus tard dans les manuels d'histoire littérere, alors que si nous briguions quelque honneur, ce serait d'etre inscrits pour la postérité dans l'histoire des cataclysmes».

 

Fratelli Simplisti

Le Grand Jeu

I Fratelli Simplisti, primo nucleo de Le Grand Jeu, nel 1926. In senso orario da sinistra: René Daumal, Roger Vailland, Roger Gilbert Lecomte, Robert Minet.

Alcuni membri di Le Grand Jeu: André Rolland de Renéville, Monny de Boully, Roger Gilbert Lecomte, Vera Milanova Daumal e René Daumal.

 

Nel 1932 il Grand Jeu si sarebbe infine sciolto per insanabili contrasti interni: una parte dei membri avrebbe tardivamente raccolto l'invito di Breton, unendosi ai surrealisti; Daumal, da parte sua, avrebbe invece, dopo le intense ma confuse esperienze e ricerche extrasensoriali del gruppo -esercizi di sdoppiamento (non solo psicologico ma, come pretendevano i teosofi, «astrale»), di «anticipazione della morte» tramite l'uso misurato dell'asfissia e della droga- organizzato e sistematizzato la sua crescita interiore dopo il decisivo incontro con Alexandre de Salzmann (il Pierre Sogol -anagramma di Logos- capo spedizione del Monte Analogo), uomo "straordinario" e marito di quella Jeanne de Salzmann erede, dopo la morte del maestro, della tradizione spirituale tramandata da Georgi Ivanovic Gurdjieff.

 

Alexandre de Salzmann

Alexandre de Salzmann (1874 - 1934) pittore, alpinista, amico di Rilke e Kandinsky, "ex-derviscio, ex-benedettino, ex-maestro di judo, guaritore, scenografo ...un uomo incredibile", è il "Padre Sogol" del romanzo di Renè Daumal Il Monte Analogo: per suo tramite Daumal entrò in contatto con Gurdjieff.

 

Proprio tale severa e rigorosa disciplina interiore costituisce Il lavoro su di sé cui fa riferimento il titolo di questo breve ma folgorante epistolario, e proprio tale "lavoro" -la Grande Opera di una lenta e faticosa alchimia interna- alimenta e sorregge tutta l'opera maggiore di Daumal, da La Gran bevuta (1937), descrizione del mondo «caotico, larvale, illusorio» nel quale e del quale viviamo, a Il Monte Analogo (1940/44), impervio pellegrinaggio verso «il cristallo dell'ultima stabilità», «il perpetuo incandescente». Pur così solidamente radicata in una precisa atmosfera spirituale, l'ispirazione creativa di Daumal resta sempre profondamente poetica e narrativa e non cade mai nel retorico e nel didascalico: i suoi libri migliori, come ogni opera d'arte riuscita, sono pienamente fruibili a tutti i livelli di lettura e ci parlano anche al di fuori e al di là dell'insegnamento che li sottende.

Per quanto riguarda invece questa raccolta epistolare -scrive Claudio Rugafiori, l'impeccabile curatore dell'opera daumaliana presso Adelphi-

«Daumal non ha scritto un trattato, ancor meno un discorso, ha lasciato delle lettere che si iscrivono in una realtà quotidiana, in una relazione o empatia con due corrispondenti, Geneviève e Louis Lief, in un tempo preciso, gli anni 1942-1944, in una geografia definita, il Sud della Francia e, solo negli ultimi mesi, Parigi. Per la prima e unica volta nella sua vita, diventa 'direttore di coscienza', si incarica non di convincere ma di trasmettere, di sorvegliare e guidare i primi passi nell'apprendimento».

 

Fratelli Simplisti

Daumal e Vera Milanova

Daumal imbarcato sul transatlantico che lo condurrà a New York nel 1932, al seguito della compagnia di danza classica indiana di Uday Shankar, fratello maggiore di quel Ravi Shankar noto soprattutto per aver suonato anche con i Beatles diffondendo il sitar e la cultura indù in Occidente.

René Daumal e Vera Milanova. Nata in Siberia da genitori ebrei, emigrò negli Stati Uniti assumendo la cittadinanza americana. Aderì al Grand Jeu nel 1927, in compagnia del suo primo marito, il poeta Hendrik Cramer. Nel 1931, dopo una lunga corrispondenza transoceanica, divenne la Signora Daumal.

 

La relazione fra le due coppie, oltre che sul piano del ben particolare "lavoro" da loro intrapreso, è interessante anche dal punto di vista puramente umano:

«Louis e Geneviève, rispetto ai Daumal, oltre che coetanei erano anche speculari: Louis, come Daumal, gravemente malato, anch'egli tubercolotico, Geneviève, come Vera, doveva occuparsi di ogni questione pratica, o quasi».

Li vediamo scambiarsi piccole gentilezze, magri generi di conforto del tempo di guerra conquistati con i tagliandi delle carte annonarie e perfino mozziconi da riutilizzare per confezionare nuove sigarette o incoraggiarsi reciprocamente nei tragici momenti di recrudescenza della malattia. Non mancano incomprensioni, fraintendimenti, come in ogni vera amicizia, ma predomina assoluta -con apici di lancinante intensità in René- una sincerità chirurgica ed implacabile (grande tesoro della scuola di quell'«uomo di spietata compassione» -come qualcuno lo definì- che fu Monsieur Gurdjieff). I problemi pratici sono innumerevoli: la sottoalimentazione e la penuria di mezzi economici non giovano certo agli ammalati (in più per i Daumal esiste anche la complicazione razziale, essendo la moglie di René, Vera Milanova, ebrea), eppure, contro ogni evidenza, quello sforzo cosciente, quella sofferenza volontaria, quel ricordo di sé che il "lavoro" richiede, trovano fertile terreno in creature il cui fisico stremato arma una coscienza indomita.

«Peggio va clinicamente -scrive Daumal nella Pasqua del 1944- meglio mi sento interiormente; sento che raccolgo segretamente forze per una controffensiva inattesa. Altrimenti, il quadro non è brillante: febbre in costante aumento da due mesi (ora stabile a 38-38,5 al mattino, da 39 a 39,6 alla sera), notti passate in dolorosi attacchi di tosse (l'assuefazione rende inefficaci i calmanti), sudate, ecc. , e prostrazione generale. [...] Ho avuto spesso voglia del tuo rasoio elettrico, ma poi ho deciso di lasciarmi crescere la barba. Riservare le risorse di eroismo per altre cose, ad esempio scrivere una lettera. Ti penso molto. Mi pare che tu debba essere stato tanto a lungo come me in questo momento. Spesso mi sento nella tua pelle».

René morirà nel Maggio del 1944 e Louis lo seguirà poche settimane dopo.

Sullo sfondo, comparse in questa avventura a quattro, vengono evocati nomi e ricordi di comuni conoscenze: un telegramma di Simone Weil -ex compagna di scuola di Daumal- che annuncia il suo imbarco per l'America nel 1942 (in realtà sta andando in Inghilterra, incontro alla sua endura); un rapido incontro con Lanza del Vasto, reduce dal suo gandhiano Pellegrinaggio alle sorgenti; uno scambio di saluti con quel Luc Dietrich che li aveva fatti incontrare, anche lui scrittore (Bonheur des Tristes, Apprentissage de la Ville), anche lui seguace di Gurdjieff, anche lui destinato a morire prematuramente nel 1944 a causa delle ferite riportate sotto un bombardamento alleato.
Al di là di questi fugaci contatti, le due coppie appaiono nel testo sole con le loro domande e le loro quotidiane battaglie; pacatamente, pazientemente, è René a riempire i vuoti, i silenzi con le sue spiegazioni semplici, concrete:

«Hai capito la risposta che ho dato più volte alla domanda che Geneviève pone periodicamente sotto diverse forme: 'chi si ricorda di sé?' [...] la domanda deve diventare un'affermazione [...] la risposta può essere solo un atto, quest'atto: 'sono!'. Non ci riusciamo, lottiamo per poter rispondere, rispondere come un soldato risponde all'appello, presentandosi, affermandosi in carne ed ossa. Dobbiamo farcela, se no saremo divorati dalla Sfinge».

Oltre al contributo di Daumal alla corrispondenza, viene inclusa in appendice al volumetto anche un'interessante scelta di altre lettere: di Louis e Geneviéve ai Daumal, di Vera Daumal ai Lief, di Daumal a Luc Dietrich, di Daumal a Jeanne de Salzmann, più alcune traduzioni poetiche dal sanscrito da lui inviate agli amici. Soprattutto la corrispondenza di René con Madame de Salzmann -la sua maestra spirituale dopo la morte per tisi del marito Alexandre nel 1934- rivela quanto in profondità egli fosse giunto nello studio e nella pratica di quel "lavoro" cui si era consacrato:

«Ho capito, nei momenti migliori, che potevo accettare, se necessario, di rimanere per sempre un 'non-granché', ovvero che potevo dimenticare ogni idea di 'arrivare' o di 'non arrivare', poiché vedevo finalmente una possibilità più o meno remota di diventare capace di servire una realtà superiore [...]. La disperazione rimane ancora la cosa più disgustosa».

La de Salzmann farà in tempo in extremis a presentargli Gurdjieff in persona: purtroppo non ci restano, per quanto ci è noto, testimonianze degli incontri. Forse l'ormai anziano maestro -lo sguardo corrusco d'ineffabile tristezza sull'imperioso baffo a manubrio, come nelle sue ultime fotografie- apparve al capezzale del morente -così avrebbe fatto per Luc Dietrich- recando in estremo dono due arance (gesto che scatenò l'ira scandalizzata di Lanza del Vasto, prigioniero del suo cattolicesimo); forse non furono condivisi segni e simboli ma solo un lungo, complice silenzio. «Questo posto non ha che tre porte di uscita, la follia e la morte» aveva già scritto Daumal qualche anno prima.

 

Walter Catalano

 

 

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Articolo inserito in data: venerdì, 2 ottobre, 1999.

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