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Friedrich Georg Jünger, La perfezione della tecnica

Roma, Settimo Sigillo, 2000, p. 248, L. 50.000.

di Eduardo Zarelli

La figura di Friedrich Georg Jünger (1898-1977), si muove per tutta la vita sulle orme del fratello maggiore, e più celebre, Ernst. Vicino ai Wandervögel, movimento giovanile antiborghese che anelava ad un autentico contatto con la natura violata dalla rivoluzione industriale, volontario nella Grande Guerra, attivo nei Corpi Franchi, collabora con la pubblicistica nazionalbolscevica di Ernst Niekisch.
Dal 1933 scrisse e pubblicò raccolte di poesie rigorosamente neoclassiche pervase da una drammatica tensione antitotalitaria. Tale ricerca metastorica si sublima durante la Seconda Guerra mondiale con una monografia sulla mitologia greca: Dei Greci, Apollo, Pan, Dioniso, che conferma la visione jüngeriana del mondo, fondata sui valori inesausti della misura, della forma, del ritmo e dell'otium, quale capacità di libertà e dominio interiore contro la barbarie dei tempi moderni. Temi questi che raggiungono completa maturità nel saggio La perfezione della tecnica del 1944 (finito di scrivere nel 1939 e pubblicato solo nel 1946), in cui -in dialogo spirituale con l'opera del fratello, L'operaio- Friedrich Georg analizza la natura mimetica della modernità, la pericolosità della civiltà delle macchine e l'esito totalizzante degli automatismi sociali della civiltà industriale.

In tal senso il libro si presenta al pubblico italiano come vera rivelazione per sobrietà, preveggenza e profondità critica su punti nodali della civilizzazione tecno-scientifica, c ciò svela il motivo dell'intrigante fortuna del libro tra i Verdi tedeschi, la cui ideologia politica, del resto, ha molte radici e non tutte progressiste, come nel nostro paese. Proprio per questo riteniamo particolarmente importante la pubblicazione di un saggio, che oltre ad essere un punto fermo nella critica tedesca al moderno, oggi, nella nuova situazione europea, a dieci anni dalla caduta del "muro" di Berlino, ripropone alla cultura ecologista la sfida di difendere la natura coniugandola con la vocazione ad una identità culturale e sociale non tecnomorfa dell'Europa.

Jünger rintraccia il filo conduttore della diagnosi critica dello svolgimento progressivo della civilizzazione industriale nel dualismo nominalista e razionalistico che scinde di fatto, in drammatica dicotomia, la natura "naturata" dalla natura "naturante". Il paradigma scientifico moderno svolge con metodo empirico-strumentale una speculazione intellettuale in cui la natura è una proiezione causalistica dell'intelletto e non un processo in sé.
La natura disincantata non offre capacità di comprensione profonda ed empatica della realtà ma un campo passivo in cui si realizzano procedure sempre più raffinate ed autoreferenziali della ragione.

La natura rimane muta e, quindi, coinvolta passivamente da un destino attribuitole come substrato fisso, manipolabile, per permettere il progresso della razionalizzazione e della scienza. Quest'ultima disegna a sua immagine e somiglianza la realtà, che modifica attraverso le categorie deterministiche del progresso, secolarizzazione laica ed immanente dell'escatologia provvidenziale cristiana.

L'assiologia industriale si basa sulla convinzione che l'uomo possa dominare la natura grazie alle sue facoltà razionali, ma esiste una profonda differenza fra razionalità e ragione (logos), che concettualmente rimanda all'intelligenza noetica. La razionalità è solo una componente dell'intelligenza umana, riflesso, quest'ultima, di qualcosa di più vasto e di più alto, che permea la vita in ogni sua manifestazione. È attraverso l'intelligenza che l'essere umano comprende oggettivamente la dimensione del sacro, percepisce l'essere.

Parte essenziale dell'intelligenza umana è la sensibilità (o empatia), ossia quella facoltà che ci permette di ritrovarci consapevolmente in sintonia con i ritmi profondi della natura e di intuire ciò che non può essere razionalmente spiegato. L'intelligenza ha quindi a che fare con la olistica.

Dal punto di vista umano, l'intelligenza ha a che fare con la dimensione collettiva dell'aggregarsi, in cui ognuno si riconosce come parte di qualcosa di più vasto e partecipa alla trama della vita nella sua interezza fatta di modelli, archetipi e simboli, da un lato; di cicli, suono, ritmi, dall'altro.

La razionalità è, invece, la capacità di elaborazione logico-matematica e di previsione a partire dai dati acquisiti con l'esperienza. È espressione parziale dell'individuo ed è determinata da una serie di condizionamenti, fra cui spicca quello sociale, in una prospettiva antropocentrica, pseudo-metafisica, dell'esistenza. Averla elevata al rango di unica guida dell'attività umana, comporta uno squilibrio dovuto alla razionalizzazione che si cristallizza nel potere della sopraffazione: l'artificiale sul naturale, il materiale sullo spirituale, i "progrediti" sugli "arretrati".

Essenza operativa della razionalizzazione è l'esito strumentale della tecnologia. Il movimento meccanico è privo di vita, rigido. Affermandosi annulla il ritmo metrico, si fa meccanica, regolata dal tempo diacronico, lineare, morto. Ogni pausa della meccanica risveglia nell'uomo, organizzato tecnicamente, il sentimento del vuoto, un disagio insopportabile a cui cerca di sfuggire tramite l'esasperazione del movimento, della velocità, dell'oltrepassamento del limite. Il movimento per lui ha un fascino narcotizzante, una forza che stordisce, soprattutto come velocità, come accelerazione che supera ogni record. Ne ha bisogno come di uno stimolo costante, per prendere coraggio. Deve avere di continuo la sensazione che qualcosa accade, che è partecipe dell'azione. Da ciò l'insaziabile bisogno di novità, che neanche il tempo reale della virtualità informatica può appagare: il nichilismo tecnico si compie nell'ontologia negativa del segno, della moda, dell'apparenza.

Lo strumentalismo tecnologico è un funzionalismo. Pensare funzionalmente significa assoggettare l'uomo a un sistema di funzioni e, conseguentemente, trasformarlo in un sistema di funzioni. Tale paradigma scientifico-culturale coincide col progresso tecnologico che ha bisogno di una organizzazione di massa e di una meccanizzazione del lavoro che persegue un automatismo perfetto.

Tanto più completa è l'organizzazione tecnica nella quale l'uomo è inserito, tanto più essa si risolve nel semplice svolgimento di funzioni. Più la meccanizzazione del lavoro tende all'automatismo e più sicuro è il ruolo che la funzione svolge. Cosa distingue infatti l'automa da una macchina che funziona autonomamente? In fondo questo pensiero tende a un modo di funzionare privo di volontà rispetto al quale nessun teologo può pensare alla predestinazione, nessun filosofo alla determinazione ma solo il tecnico, lo specialista, l'esperto, all'edificazione del grande macchinario al cui funzionamento egli è già impegnato. E dal momento che il suo sapere è tecnico, a lui non interesserà l'escatologia perché si occupa solo della meccanica.

L'inconsapevolezza critica delle ideologie e delle pratiche sociali tese ad alleviare le condizioni di malessere che provoca la società industriale si caratterizza per apparati concettuali e operativi capaci di evidenziare le logiche di sfruttamento e i relativi rapporti di forza, ma inani nel governare la razionalità della tecnica. Il risultato consiste nel perdurare delle condizioni di sfruttamento e disagio poiché, più o meno inconsapevolmente, ne viene legittimato il meccanismo che lo genera.
Non la sicurezza, sinonimo di libertà interiore, ma il bisogno di sicurezza dà vita a potenti organizzazioni di tutela degli interessi. Chi però chiede protezione diventa dipendente dall'organizzazione che gliela offre. Nel bisogno di sicurezza, che non indietreggia davanti a nessun atto di sottomissione, si mostra tutta la debolezza dell'uomo che vive nell'organizzazione tecnica, il suo stato di necessità, la sua instabilità, il suo isolamento.
Con il perfezionarsi della tecnica aumenta il bisogno di sicurezza in modo direttamente proporzionale alle minacce sempre più avvertibili e ingovernabili, perché l'uomo delle certezze confortevoli del benessere materiale sempre più assapora i veleni del regresso, evocato dai suoi stessi sforzi di soggiogare le forze elementari.

L'avvolgimento compulsivo del gomitolo temporale del progresso, per eterogenesi dei fini, pone la questione stessa della dignità scientifica del sapere. Gli opinabili risultati "evidenti" e "meravigliosi" dell'applicazione scientifica pongono la domanda epistemologica e metafisica sul fondamento del sapere e, questa, non è più una questione scientifica. L'illusione ultima del progresso tecnologico è il raggiungimento di uno stato di perfezione, perché il movimento infinito, che esso presuppone linearmente, all'infinito si annulla. Quel nulla è la realizzazione planetaria di un meccanismo autoreferenziale, inanimato, raggiungibile praticamente, ma non sostenibile ecologicamente. Questo significa, che qualunque sia il punto di vista da cui si critica la società contemporanea, per andare alla radice dei suoi mali e delle sue contraddizioni, bisogna affermare come centrale la questione ecologica, non già nei suoi effetti ultimi, "ambientali", ma nel suo significato profondo, ontologico, causale, di distacco fra cultura umana e natura.

Il titanismo dell'homo faber disconosce l'armonia del bello, il suo tratto inestetico si nutre nell'elementare volontà di potenza vulcanica, di quell'energia solare condensata e trasformata nelle viscere della terra. Il prometeismo preferisce l'enorme, il gigantesco, la massa quantitativa, l'enormità della materia. L'inquietante efficienza dell'organizzazione tecnica moderna eccede il limite naturale, attenta sistematicamente la pienezza dell'essere, la sacralità dell'esistente. La forza di Prometeo è nella rivalsa, vuole scalzare Zeus e farsi signore di un esistente a sua immagine e potenza. La razionalizzazione tecnologica è spiritualmente cieca. La sua concretezza non gli consente di riflettere su se stessa ed avanzare nella selva indeterminata di un sapere che non si assoggetti all'automatismo. Ed è proprio questo il sostanziale campo di battaglia paradigmatico della modernità: una battaglia di senso tra un destino nichilistico e l'oltrepassamento periglioso della linea, il meridiano zero.

L'organizzazione dell'uomo dipende entropicamente dalla ricchezza non organizzata che esaurisce, diviene parassitaria quando scopo a se stessa e distrugge ciò che non è organizzato. Il rinnovato equilibrio tra cultura e natura va oltre l'etico e l'ideologico, incidendo a nuova vita il sapere stesso per mezzo del reincantamento del mondo.

 

Eduardo Zarelli

 

 

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Articolo inserito in data: venerdì, 8 dicembre, 2000.

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