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Luigi Luca Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue

Adelphi, Milano 1996, pp.360, L. 27.000

di Giovanni Monastra

 

L'impostazione di questo libro, scritto da uno dei più famosi genetisti italiani, è multidisciplinare, in quanto affronta il tema delle popolazioni umane, alla luce delle più recenti ricerche, sotto il profilo della genetica, della linguistica, della archeologia, della demografia.
È uno studio che si estende nello spazio e nel tempo, fino ai primordi dell'umanità, seguendo le vicissitudini dei vari gruppi umani nei loro spostamenti da un continente all'altro. Nella pagine introduttive, di carattere generale, Cavalli-Sforza esordisce dimostrando una visione troppo ottimistica della scienza, al cui interno -a suo parere- sarebbe estremamente facile l'affermarsi di nuove teorie capaci di spiegare certi fatti meglio di quelle vecchie. Ma l'Autore dimentica che ciò si dimostra storicamente vero solo se si tratta di teorie omogenee tra loro, ossia generate all'interno dello stesso "paradigma", inteso nel senso datogli dall'epistemologo T. Kuhn. Nel caso, invece, di concezioni realmente alternative, i fatti hanno sempre dimostrato che gli scienziati che si riconoscono nella prospettiva egemone tentano, con tutti i mezzi, di soffocare ogni reale cambiamento, ogni innovazione. E questo avviene molto spesso in perfetta buona fede, in base al convincimento che non possa esistere "scienza" al di fuori della cornice concettuale determinata, appunto, dal "paradigma" vigente, come hanno dimostrato a livelli diversi il già citato Kuhn nei suoi numerosi studi e Federico Di Trocchio nel recente, documentatissimo, Il genio incompreso (Mondadori, Milano 1997).

Affrontando poi il tema del razzismo, l'Autore ci presenta le consuete definizioni generiche e troppo estese, quindi di fatto inservibili per un'analisi seria e concreta (a questo proposito rimane insuperabile quanto scritto da Alain de Benoist nel suo saggio contenuto in AA.VV., Razzismo e antirazzismo, La Roccia di Erec).
Il quadro tracciato da Cavalli-Sforza risulta purtroppo un po' banale, almeno in questa prima parte tutta tesa alla enunciazione, implicita o esplicita, di una serie di buoni sentimenti. L'autore non può risultare molto credibile quando pretende di liquidare il razzismo solo come il frutto di pregiudizi legati all'ignoranza o all'irrazionalità, magari innescata da situazioni di tensione sociale. E ancor meno convincente ci sembra quando addirittura sposa certi luoghi comuni vetero-illuministici secondo cui l'evoluzione culturale dell'uomo, "il diffondersi dell'educazione", risolverà ogni cosa, relegando il razzismo tra gli orrori e gli errori del passato. In proposito la lettura di qualche testo di etologia umana o di prossemica si dimostra assai più illuminante.

Cavalli-Sforza, comunque, riconosce che anche la componente biologica riveste un ruolo nel determinare gli aspetti comportamentali dell'uomo, in quanto genetica e ambiente incrociano i loro effetti.
Successivamente, l'autore analizza il concetto di "razza" biologica per valutarne l'aderenza alla realtà, cioè la capacità di identificare l'esistenza di gruppi umani con certe caratteristiche condivise e stabili. Come sappiamo la classificazione dell'umanità in base alle razze si basa sui caratteri fisici, esterni e interni. Il Cavalli-Sforza in una prima fase si limita ad analizzare i caratteri somatici, cioè quelli esterni, preponderanti nella antropologia classica, come il colore della pelle o le dimensioni del corpo, rilevando la loro dipendenza dall'ambiente circostante, per cui non risultano di grande utilità nel classificare i gruppi umani, al fine, anche, di porli reciprocamente in relazione di maggiore o minore vicinanza genetica (creazione degli "alberi genetici").
Infatti, entro tempi non lunghissimi, possono avvenire variazioni tali da far perdere i tratti comuni con popolazioni affini, creando magari somiglianze con altri gruppi geneticamente lontani, ma viventi in ambienti analoghi sotto il profilo climatico, alimentare, ecc. In definitiva questi caratteri esteriori, pur avendo una base genetica, sarebbero il frutto di un lungo "lavoro" selettivo condotto dall'ambiente sull'uomo.

Alcuni caratteri sfavorevoli per la sopravvivenza sarebbero scomparsi nel corso delle generazioni, e altri, magari frutto di mutazioni casuali avvenute nel tempo, si sarebbero affermati e diffusi in quanto vantaggiosi. In altre parole, questo significa che gli individui portatori di certi caratteri ben adattati all'ambiente (è il classico caso della pigmentazione, assai utile nelle zone ad alta irradiazione solare) progressivamente hanno soppiantato gli altri che avevano caratteri dannosi per quel particolare ecosistema (l'epidermide bianca risulta più soggetta a tumori indotti dal sole di quella nera).
Così "il colore della pelle ci parla della storia di esposizioni ad ambienti particolari e non, o non necessariamente, di relazioni genealogiche" tra le varie popolazioni. Analogamente si può dire per gli altri caratteri morfologici: la stesse dimensioni corporee possono mutare con il clima o l'alimentazione, come sa chiunque abbia studiato antropologia fisica (è il classico caso della variazione dell'indice cefalico, determinato dal rapporto tra larghezza e lunghezza del cranio, avvenuta nel recente passato tra gli Svedesi, popolo notoriamente isolato dai flussi migratori, e quindi non soggetto a incroci).

Cavalli-Sforza, giustamente, osserva, in polemica con i razzisti vecchi e nuovi che non esistono le cosiddette "razze pure", né sarebbero auspicabili in quanto l'eccessiva omogeneità comporta il pericolo di accumulo di caratteri dannosi, che si potrebbero esprimere con maggiore frequenza nei vari individui data l'elevata possibilità di avere condizioni di omozigosi. La variabilità genetica costituisce un fattore positivo dal punto i vista biologico, offrendo un serbatoio di potenzialità utili per l'adattamento ai cambiamenti di ambiente.
Inoltre l'analisi antropologico-genetica globale ha dimostrato la presenza di una enorme eterogeneità all'interno dei gruppi umani che fino a un recente passato venivano ritenuti, erroneamente, compatti e omogenei, e definiti, appunto, "razze". Questa eterogeneità è maggiore di quella che si riscontra quando vengono confrontati tra loro i suddetti gruppi, tra i quali esisterebbe, a suo parere, "una continuità quasi perfetta" dovuta ai frequenti e diffusi processi migratori, e ai conseguenti incroci, che tendono a ridurre le differenze eventualmente insorte nei periodi di isolamento. Cavalli-Sforza, quindi, sostiene con forza una classificazione all'interno della specie umana basata sul concetto statistico e territoriale di popolazione ("un gruppo di individui che occupa un'area precisa, qualunque essa sia"), e non più su quello di razza, a suo parere assai discutibile, in quanto la definizione che se ne dà risulta ancora oggi troppo legata ai caratteri fisici visibili, esteriori, ed è spesso inficiato da una forte componente soggettiva (a riprova di ciò, egli nota che sono state proposte numerose classificazioni di razze, diverse l'una dall'altra). In altre parole l'Autore ritiene che il concetto di razza sfugga a una definizione precisa in termini scientifici.

Ma così anche le grandi ripartizioni classiche, che, per altro, non sono accusabili di "razzismo", come quella dell'italiano Biasutti, passano nel novero delle teorie di puro interesse storico. Le popolazioni vengono definite in base alla presenza di particolari frequenze geniche, con riferimento a geni che determinano caratteri interni, come, ad esempio, i gruppi sanguigni del sistema ABO o Rh, per altro da tempo impiegati anche nelle classificazioni delle razze.
Questi studi hanno permesso di condurre ricerche molto raffinate sul problema delle origini dell'umanità nel suo complesso e dei vari gruppi che la compongono. L'autore osserva, giustamente, che "l'uomo, a differenza degli animali, ha l'esigenza di conoscere i propri genitori, gli antenati, le origini", dimostrando una sensibilità per certi argomenti che altri studiosi tendono a occultare o considerare come marginali, avendo quasi il timore di tornare a certe concezioni del passato, di tipo chiuso ed iperereditarista.
Dovendo affrontare il tema delle genealogie, Cavalli-Sforza, in primo luogo, descrive con estrema chiarezza il quadro delle conoscenze attuali nel campo delle genetica popolazionistica. In tale settore i caratteri analizzati sono di tipo "interno" e riguardano i cosiddetti polimorfismi, che si hanno quando in una popolazione coesistono due o più forme di un gene (alleli). Lo studio può essere condotto a livello delle proteine (in questo caso si parla di polimorfismo classico), come sono appunto quelle del gruppo sanguigno ABO, o dello stesso DNA (polimorfismi del DNA), nel quale si possono riconoscere sia le basi genetiche della variabilità di ciascuna proteina, sia altre forme alternative, che però non si esprimono a livello proteico (geni silenziosi o pseudogeni).
L'autore, che segue l'opinione prevalente oggi, individua l'Africa come la patria originaria sia dei primi ominidi che dell'homo sapiens, cioè di individui morfologicamente già assai simili a noi (ma per il luogo in cui sarebbero comparsi per la prima volta individui della nostra specie egli ammette anche un'ipotesi mediorientale).

Sull'idea di una singola patria primordiale, ci sembra corretto ricordare che, nonostante la sicurezza di molti ricercatori, il quadro non risulta così chiaro come si vorrebbe. Infatti esistono anche prove discordanti con l'ipotesi "africana" dell'origine dell'umanità attuale, tali da indurre alcuni, ad esempio M. H. Wolpoff e A. G. Thorne, a sostenere che nel lontano passato ci sia stata una differenziazione multiregionale originaria dell'umanità (cfr. Le Scienze, 1992, 286, pp. 22-27), dove un ruolo importante potrebbe averlo giocato anche l'Asia, secondo quanto asserito di recente da M. Hammer (cfr. Science, 1997, 276, pp. 535-536).

Seguendo Cavalli-Sforza, dobbiamo immaginare una serie di migrazioni verso nuove sedi, in altri continenti, con conseguente selezione di gruppi umani in base alle esigenze di adattamento all'ambiente, in primo luogo climatico. L'ottenimento di un quadro il più possibile preciso dei movimenti colonizzatori del passato e delle relazioni genetiche tra gruppi umani -osserva l'autore- potrà essere realizzato aumentando il complesso dei dati sui polimorfismi, già oggi molto attendibili, ma certo suscettibili di miglioramento.
In questo settore vanno assumendo una importanza sempre maggiore gli studi sui polimorfismi dei geni "silenziosi", dato che sono esenti da qualsiasi pressione selettiva ambientale. Infatti non determinando la sintesi di proteine, e quindi di caratteri, non offrono né vantaggi, né svantaggi agli individui che li possegono. Rappresentano, quindi, i migliori testimoni degli eventi passati, fornendo i dati più sicuri sulle "parentele" all'interno della nostra specie. Non così si può dire per i diversi gruppi sanguigni, i quali potrebbero proteggere, o meno, da alcune malattie, e quindi riflettere semplicemente delle situazioni locali, particolari, di selezione di certi caratteri fisiologici.

Cavalli-Sforza introduce anche altre metodiche di indagine, basate sul DNA mitocondriale e sui segmenti ripetitivi di alcune sequenze del DNA genomico, i cosiddetti microsatelliti, che offrono dati aggiuntivi assai utili negli studi sul lontano passato. Viene inoltre presentata la tecnica dell'orologio molecolare, che permetterebbe di calcolare il tempo trascorso dalla separazione fra due specie o popolazioni, analizzando la differenza di mutazioni accumulate (bisogna dire che non tutti sono d'accordo sull'attendibilità dei dati ottenuti: cfr. Giorgio Morpurgo, L'orologio molecolare, in: Evoluzione biologica e i grandi problemi della biologia, Accademia Nazionale dei Lincei, 1996).
Naturalmente in questo tipo di studi assume un notevole rilievo il tasso di mutazione, che costituisce infatti uno dei meccanismi di differenziazione tra gruppi umani, a partire da un ipotetico antenato comune, accanto alla selezione naturale, alla migrazione e alla deriva genetica. Tra questi termini l'unico che può risultare ostico al lettore è la "deriva genetica", definita come "l'effetto del caso dovuto alle fluttuazioni statistiche delle frequenze geniche da una generazione all'altra", effetto tanto maggiore quanto più la popolazione è di numero ridotto.
Ci sembra che l'autore pecchi di un certo riduzionismo, in quanto tali meccanismi probabilmente costituiscono solo una parte, seppur considerevole, del processo attraverso il quale si sono formate le varie popolazioni. Ad esempio, in un'indagine interdisciplinare come questa, l'aspetto culturale, col suo intrinseco valore segregativo, andrebbe adeguatamente studiato, avendo cura, però, di liberarsi da qualsiasi ipoteca ambientalista. La cultura, nel suo aspetto "alto", rappresenta molto più che un prodotto derivante dal semplice rapporto uomo-ambiente: essa è il frutto della interazione tra influenze orizzontali e influenze verticali, intendendo con quest'ultimo termine anche la dimensione del "sacro". L'autore, comunque, fa delle affermazioni di estremo interesse nel delineare il quadro della "diversità" umana, caratterizzata dalla presenza di circa 5000 lingue. "C'è sempre un motivo -egli scrive- perché una popolazione si voglia dare un nome diverso. La differenza è all'origine, o si forma poiché quelli che si credono diversi vogliono restare se stessi, e questa intenzione è sufficiente per generare differenze, genetiche e culturali, anche se di solito molto piccole".
A tale proposito, non ci sembra fuori luogo ricordare che pure tra la nostra specie e alcune specie di primati le differenze genetiche sono incredibilmente ...piccole, ma al contempo così efficaci da creare una differenza biologica radicale. Quindi i dati offerti dall'autore, per essere ben compresi, andrebbero posti accanto ad altri, che purtroppo nel libro non vengono citati.

Vediamo in sintesi quale è il quadro delineato con l'uso dei vari marcatori prima menzionati, ma anche in base alle risultanze della paleoantropologia, paleodemografia, archeologia e linguistica. Dunque l'homo sapiens con caratteristiche morfologiche "moderne", cioè analoghe alle nostre, apparve circa 100.000 anni fa in Africa, o forse in Medio Oriente (Cavalli-Sforza lascia aperta questa ipotesi). Già per quell'epoca il nostro autore calcola "il livello demografico della popolazione umana tra i diecimila e i centomila individui". A un certo punto iniziarono dei processi di colonizzazione di nuovi spazi (per descrivere le varie migrazioni il testo contiene molte eccellenti cartine).
Poiché la densità della popolazione era molto bassa e si crearono numerosi gruppi umani isolati, si sviluppò una differenziazione genetica elevata, di cui portiamo ancora profonde tracce. Da un punto di vista paleodemografico l'umanità raggiunse i cinque milioni di individui già 10.000 anni addietro, nel Neolitico, quando ormai tutti i continenti erano stati occupati, seppur parzialmente. A quel periodo viene fatta risalire, in base agli studi di glottocronologia, la formazione della famiglia indoeuropea, la cui patria originaria viene situata dall'autore, seguendo la Gimbutas, in un'area a nord del mar Nero. A questo proposito ci sembra che tale ubicazione si concili male con la diffusa presenza di individui biondi con iridi chiare tra gli antichi indoeuropei, come dimostrato anche dai recenti ritrovamenti delle mummie del Xinjiang, in Cina: infatti tali caratteri rimanderebbero a un'area geografica nordeuropea, ben diversa da quella suggerita nel testo.
In quell'epoca apparvero alcune importantissime innovazioni, che permisero uno sviluppo demografico prima impensabile. "Almeno in tre regioni molto lontane l'una dall'altra si assiste [...] all'inizio della produzione del cibo, come supplemento alla caccia e alla raccolta. L'addomesticamento di piante e animali, che già servivano come alimenti naturali, ebbe inizio in Medio Oriente, in Cina, in Messico e nelle Ande settentrionali". Appaiono, quindi, l'agricoltura e l'allevamento, ma anche la tecnica della ceramica, i cui primi manufatti sono stati rinvenuti in Giappone, e risalgono a 12.000 anni fa. Come risulta evidente, ogni pretesa di situare in una sola area queste "scoperte" si dimostra priva di consistenza: la cultura è policentrica.
Nonostante l'intento di Cavalli-Sforza, teso a seppellire il concetto di "razza" in quanto privo di valore descrittivo e scientifico, nella seconda parte del libro troviamo una serie di dati che sembrano, sotto certi aspetti, far riemergere questo vituperato concetto, seppur sotto spoglie diverse, cioè seguendo la terminologia "politicamente corretta" secondo cui ogni differenziazione va definita con criteri "popolazionistici", e mai razziali. Infatti, seguendo gli studi di stratigrafia antropica, condotti dall'autore sulla scorta dei vari marcatori genetici e linguistici nello scenario europeo, dove ancora sono presenti i segni di antiche espansioni e migrazioni, sorge il dubbio che in definitiva certi confini biologici qualche cosa continuano a rappresentare (tra l'altro interessantissimi dati vengono anche dalle indagini, citate da Cavalli-Sforza, di due studiosi come G. Barbujani e R. R. Sokal sulle barriere genetiche tra le etnie in Europa).
Ma ancora più decisivi ci sembrano i raffronti fra geni e lingue a livello mondiale: come deve riconoscere lo stesso autore, "le somiglianze sono impressionanti" se si confrontano gli alberi genetici, ossia le parentele di "sangue" tra le popolazioni, e le famiglie linguistiche. Si nota infatti una stretta corrispondenza che dimostra come fattori biologici e fattori culturali vadano in parallelo e delimitino i gruppi umani, mantenendo dei livelli di separazione, o segregazione, ben evidenti e stabili.

Dunque nuovi e più raffinati criteri di classificazione sembrano imporsi, senza però annullare o rovesciare alcune idee di fondo, differenzialiste, accettate da tempo negli ambienti più aperti: gli studi qui presentati, dove certi geni svolgono il ruolo di marcatori di confine, dimostrano, in concreto, che è impossibile dissolvere l'umanità in una miriade anarchica di individui-atomi, privi di intrinseci e caratterizzanti rapporti reciproci.
Proprio sulla scorta di questi dati crediamo che il termine più appropriato in tutti gli studi di antropologia dovrebbe essere quello di "etnia", meno naturalistico di "razza", ma ben più pregnante e significativo di "popolazione": esso comprende più aspetti, sia sotto il profilo della "biologia" che di quello della "cultura".

 

Giovanni Monastra

 

 

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Articolo inserito in data: mercoledì, 12 maggio, 1999.

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