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Luisa Bonesio, Geofilosofia del paesaggio

Mimesis, Milano, 1997 (tel. 02/89400869) L. 20.000

di Eduardo Zarelli

Il problema dei luoghi plurali della terra, a confronto con la crescente omologazione della tecnica planetaria, è argomento di riflessione comune a tutto il pensiero filosofico della "crisi" che va da Nietzsche ad Heidegger e Jünger. Merito di Luisa Bonesio, insegnante di Estetica all'Università di Pavia, di condensare in questo breve ma intenso saggio la sua ricerca personale sull'argomento costellata da diversi volumi già pubblicati nel recente passato e dalla collaborazione all'unica rivista italiana di geofilosofia "Tellus".
L'autrice invita ad interrogarsi sulla possibilità di aprire, nella deterritorializzazione contemporanea, un discorso geosimbolico che, sintetizzando in una prospettiva inedita l'estetica, la geografia e la filosofia, pensi al paesaggio non come scorcio emotivo per l'individualismo apolide, ma come il palinsesto sedimentato e complesso della nostra identità culturale, il luogo fisico e spirituale del nostro abitare sulla terra nell'epoca impervia e contraddittoria del nichilismo.

Caratteristica della società arcaica era la staticità: l'attaccamento al luogo, i ritmi scanditi sui cicli naturali, la simbolizzazione dello spazio come "cerchio sacro" dove risiedere come singolo e come comunità per celebrare l'armonia del cosmo che conduce necessariamente al suo mantenimento.
Abitare un luogo significava accordarsi al suo spirito e, questo, caratterizzava la fisiognomica delle comunità e delle civiltà fedeli alla propria originaria interpretazione del genius loci. Contrariamente all'estetizzazione civilizzatrice che ha consumato la propria distanza dal mondo naturale, la valorizzazione tradizionale dell'elemento spaziale connesso alla terra, era il risultato armonico di gesti sobri, essenziali, in cui la bellezza proviene dal tenersi in consonanza con la legge della natura, unica legittima ispiratrice della "forma".
La modernità, per contro, si è mossa per progressiva deterritorializzazione. L'individuo emancipato dall'appartenenza e dalla sua identità simbolica, ha acquisito i tratti dell'universalità, imponendo la sua misura -all'oggi la ragione tecnoscientifica- su tutto il pianeta. La civiltà cessa come spazio, come topos, e diviene un tempo senza confini spaziali, smisurato, consacrato alle sue categorie: progresso e disincanto. La ricerca spasmodica del villaggio globale (e, in negativo, lo spaesamento) nasce dalla dissoluzione dell'idea di spazio. Da qui anche la capacità di omologazione, di uniformazione come sincronia, cioè come necessità di vivere tutti nello stesso tempo: l'innovazione fine a se stessa e il correlativo disprezzo (o sopravvalutazione, che è lo stesso) del passato e del diverso.

La manifestazione visibile di questa globalizzazione è la devastazione dei paesaggi.
La gravità di questa considerazione è constatabile se intendiamo nel "paesaggio" la compresenza dell'aspetto geografico e quello estetico, la funzione e il senso, l'ecologico e il simbolico. Il paesaggio è il risultato visibile di un'alleanza di uomo e terra, derivante, a sua volta, da una simbolizzazione della collocazione dell'uomo nel cosmo. Questo spiega la diversità dei paesaggi e il motivo per cui un "bel" paesaggio si avvicina culturalmente il più possibile a un effetto di "naturalità".
Con la civilizzazione tutto ciò scompare, il "materiale" si disconnette dal "simbolico", il geografico dall'estetico, la natura dalla cultura e, in ultima analisi, il soggetto dall'oggetto. L'unico metro di giudizio, apparentemente neutrale, rimane la calcolabilità del reale, la "relatività" tecnoscientifica. Ed è questa inesorabile frattura tra ragione e natura che ci trasporta nell'alienazione urbanistica e abitativa della "funzionalità". Scompare l'armonia ed appare l'organizzazione razionale dello spazio: da un lato i luoghi sono degradati, negati nella loro ragion d'essere e misura, sotto l'azione indifferenziante dell'economicismo; dall'altro, essi sono calpestati del consumo estetico delle mode culturali, che sfogano svago, sport, salutismo, turismo mercificando ogni dove.
La funzionalità è a scapito della forma, la quantità (calcolabile) deprime la qualità (la differenza), conseguenza universalizzante della modernità è la globalizzazione che travalica ogni senso del limite e di individuazione. Ma se, come dice Mircea Eliade, "in qualsiasi posto c'è un Centro del mondo", è proprio a partire dalla terra, dalla sua "limitatezza" che può auspicarsi una nuova consapevolezza. In altri termini, il paradigma della modernità è messo in crisi dalla questione ambientale e dalla rivendicazione locale.
Dopo la scala degli spazi limitati delle società tradizionali e poi dei grandi spazi delle nazione moderne tendenti, per sovrapposizione occidentale, alla globalizzazione, è la scala della terra, nella sua realtà geofisica, politica, ecologica e spirituale a emergere come termine di paragone critico del "pensiero unico". La finitezza della terra, ossia la presa di coscienza che lo spazio e le risorse non sono illimitati, né sfruttabili indiscriminatamente, richiama alla necessità di orientare il pensiero e l'azione in nome di qualcosa che non sia un ennesimo ideologismo che suona vuoto come ogni universalismo. D'altra parte la terra è costituita da una complessa e differenziata molteplicità di aspetti e di luoghi singolari, in nessun modo riducibili ad un unico modello di interpretazione e gestione.

In questa prospettiva, cessa l'opposizione fra le ragioni del paesaggio (la bellezza, la conservazione, la forma) e quelle della "realtà oggettiva", che presuppongono la conoscenza delle leggi universali della natura e, a partire dal pensiero della terra, si può ricominciare a pensare, in modo nuovo, la propria localizzazione: la comunità, l'identità e le possibilità di "forma".
La terra, proprio perché una e finita, ha bisogno di tutte le sue differenze e complessità: imporre una sola misura vuol dire, letteralmente, cancellare lo spazio. È per questo che la Bonesio invita alla scoperta della geosofia, un oltrepassamento, dagli accenti Jüngheriani, del concetto moderno di patria nel senso di una valorizzazione del locale, e il recupero dell'idea unitaria della terra, nella quale le individualità trovano una superiore armonizzazione e la loro profonda ragion d'essere.

Ma quale raffigurazione della natura è possibile nell'era del nichilismo?
L'autrice sollecita alcuni tra i pensatori della "crisi" per agevolare la comprensione dell'immagine contemporanea della natura. Partendo da Spengler e la sua indiscussa capacità di descrivere efficacemente, con l'allegoria faustiana, il sentimento occidentale di vorace smania dell'infinito che ne ha consentito e propiziato la scoperta scientifica e la progressiva sottomissione tecnica. Quel destino che spinge l'uomo contemporaneo a diventare cosmopolita in una vera ansia di varcare continuamente nuovi confini, ottenendo quell'illusione ottica che sposa l'emancipazione individuale all'estrema solitudine e spaesamento nel dispiegarsi dell'assoggettamento tecnico della natura.
Ma è la stessa estensione all'intero pianeta della civilizzazione occidentale a rendere possibile la percezione dell'abisso dove sprofonda la natura. Quest'ultima, con la lettura di Jünger, perde una caratteristica distinta diventando tutt'uno con la terra, ossia quell' indistinguibile insieme di "naturale" e "tecnico" che forma il paesaggio contemporaneo del pianeta, lo omologa in una stessa sostanziale uniformità, ne cancella le peculiarità, le singolarità, ogni differenza qualitativa. Ancora più in profondità, lo scenario tecnomorfo rimanda alla fossilizzazione del vivente e a quella condizione di pericolo assoluto che consiste nell'alterazione prebiologica degli equilibri naturali, tali da non rimanere limitati alla specificità di un singolo ambito della manifestazione, ma da poter provocare ripercussioni addirittura nell'ordine cosmico, analogamente a quel che potrebbe accadere a causa della manipolazione sempre più pervasiva degli strati elementari.

Epoca titanica, dunque, che ha realizzato un paesaggio terrestre apocalittico, (re)suscitando forze smisurate che nella profondità tellurica rimandano ad una scala cosmica.
In questo contesto, ripetutamente Heidegger richiamerà alla necessità di ri-tornare alla "sorpresa" di fronte alla terra e alla natura, prima di smarrire definitivamente un orientamento del nostro dimorare in esse, analogamente all'appello nietzschiano per un "sentire cosmico", di contro allo smisurato, al quantitativo dell'infinità del progresso.

È il richiamo ad una consapevolezza diversa della natura, non antropocentrica, quel "pensare come una montagna" usato da Aldo Leopold, padre -insieme a Thoreau- dell'ecologia profonda, che sintetizza efficacemente la traduzione di questo pensiero in chiave ecologista. Per ritrovare la natura è necessario che essa riassuma la sua oggettività simbolica: un'operazione opposta all'assimilazione emotiva che i più attuano, eredi inconsapevoli dell'estetizzazione moderna. L'uomo, riconsegnato ontologicamente ad "essere" solo "cosa tra cose", può ri-conoscere il "senso del limite" della terra, la "legge" della natura e, di rimando, quella cosmica.

Ma chi può recepire in profondità il richiamo simbolico della natura?
Bisogna jüngerianamente "tornare al bosco", darsi alla macchia, cercare la selvaticità, la Wildnis, per riscoprire le proprie radici profonde. L'idea del bosco è quella di una dimensione spirituale altra rispetto al nichilismo, il cui emblema, da Nietzsche in poi, è il deserto. Riferimenti simbolici, in quanto solo interiormente è possibile "vedere", nella loro specificità, i caratteri reali di un paesaggio geografico. Il "bosco", la "selva", sono immagini del primordiale, dell'incontaminato dalla civiltà, fuori e dentro di noi. È il viatico impervio per percepire l'essenza intemporale del cosmo. Sapere dunque non "primitivo" ma primordiale o intemporale.

Il "bosco" è il nome dell'essere in contrapposizione all'apparenza e del movimento effimero, è il luogo delle immagini e dei poteri da cui il mondo trae vita, in contrapposizione con la sterilità crescente del deserto.
È il tentativo di reincantare l'esistente che può spingergi nel "bosco", spazio che non ha uno spazio ma dischiude tutti i luoghi in quanto hanno di irripetibile e significativo, in quanto compongono il molteplice e spesso invisibile volto della terra. Cercare quel "Centro del mondo" dove entrare in rapporto con il "tutto" e sganciarsi come parte del meccanismo.

 

Eduardo Zarelli

 

 

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Articolo inserito in data: lunedì, 30 novembre 1998.

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