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Alfredo Cadonna (curatore), "Quali parole vi aspettate che aggiunga?"

Il commentario al DAODEJING di Bai Yuchan, maestro Taoista del XIII secolo.

Leo S. Olschki, "Orientalia Venetiana", Firenze, 2001

di Alberto De Luca

 

Il libro, che si propone questa volta all'attenzione del lettori, è in assoluto la prima traduzione, in una lingua occidentale, del sintetico Commentario al Daodejing, opera del Maestro Bai Yuchan, figura di primissimo piano nell'ambito del neidan (alchimia interiore) e in quello della leifa (tradizione del rituale del Tuono).

Conformemente allo spazio che si dedica alle recensioni, si cercherà di dare un quadro il più possibile esauriente, anche se si è ben consci che il tutto non potrà che essere un umile contributo di tipo "esplicativo".
In buona sostanza, ci si trova di fronte ad un testo tradizionale estremamente importante per la sinteticità del suo contenuto, che consiste appunto nel Commentario alla famosa opera di Lao-tze, il Daodejing. Ma è forse proprio qui, che si può rimanere maggiormente stupefatti: quello che dovrebbe essere un testo esplicativo, e quindi per certi versi qualcosa di "assimilabile" per la "sua lunghezza" ad una prosa, risulta in definitiva estremamente sintetico, con addirittura l'utilizzo al suo interno di alcuni ideogrammi. È il titolo del libro che indirizza verso questo stesso "paradosso": al Maestro Yuchan il Daodejing, così come è, sembra già sufficientemente chiaro; con la frase "Quali parole vi aspettate che aggiunga?" interroga allora il suo uditorio.

Una tradizione basata su un insegnamento prevalentemente orale per quanto concerne ciò che vi è di più "interno" (bâtin) in essa, come del resto accade in tutte le altre tradizioni normali, non può che non apparire che estremamente sintetica nei suoi supporti cartacei soprattutto agli occhi di persone perfettamente profane: l'incontro all'interno di questo Commentario di alcuni diagrammi --84 in tutto-- ne è la conferma.
Ma se può sembrare a primo acchito, che convenga basarsi esclusivamente sul testo di Lao-tze forse "meno difficile", occorre subito prendere in debita considerazione ciò che scrive il Maestro glossando il Daodejing, come sottolinea lo stesso prof. Cadonna: È l'uomo che può glorificare il Tao, non è il Tao che glorifica l'uomo. In nota il traduttore del libro, che è stato presentato ufficialmente alla Fondazione G. Cini di Venezia il 5 marzo, spiega chiaramente che solo il commento è in grado di glorificare il testo sacro mentre non è vero l'inverso: d'altra parte non si sottolineerà mai abbastanza che in ambito taoista, come in ogni altro contesto tradizionale, il 'testo autorevole' (jing, letteralmente 'ordito') non svolge la propria funzione separatamente dal regolare ricollegamento iniziatico conferito da maestro a discepolo.
L'intero testo è quindi disseminato di punti meritevoli di essere oggetto di separati studi: qui invece, per forza di cose, ci si limiterà a riportarne solamente alcuni, senza che questo voglia essere una semplice selezione delle glosse del libro.

Così e nient'altro. Questa è la glossa numero 1, che apre il Commentario di Bai Yuchan, e che costituisce uno dei numerosi punti di collegamento con l'esoterismo islamico. Il richiamo al Tasawwuf (l'esoterismo islamico) è determinato dal fatto che l'avverbio così, dottrinalmente implica un senso di "prossimità" del Tao: nel Corano troviamo allora la Sura L (versetto 16) in cui è scritto che «Noi [Allâh] siamo a lui [all'uomo] più vicini della sua vena giugulare ('abl al-warîd)». Al-Tustarî a tal proposito, come riporta giustamente Cadonna, sostiene che la "vicinanza" deve essere ascritta ad una vena situata in una profondità del Cuore (°awf al-qalb), la qual cosa rappresenta il luogo della Sakina, la presenza divina nell'essere umano.

Si vede una volta di più ancora, come veramente i testi tradizionali abbiano all'interno di essi stessi dei punti in comune con testi di altre tradizioni. Si può quindi tranquillamente "osare" affermare che, è proprio nella loro specifica natura, essenzialmente tradizionale, di testi sacri (gli 'orditi' come prima visto), vale a dire di testi informati a dei principi metafisici, che le varie tradizioni possono scorgervi la loro propria radice comune che è velata unicamente dai loro adattamenti temporali...
L'utilizzo già segnalato di diagrammi da parte del maestro Yuchan, --in 64 casi, essi sono dei cerchi vuoti-- denota l'impossibilità da parte sua di trovare parole adatte a rendere il concetto nella glossa, ripiegando allora all'utilizzo di un supporto grafico come più esaudiente e chiarificatore. Per contro, a noi (non iniziati) l'uso del diagramma pone la necessità di codificarne la semantica, visto anche il nostro linguaggio, che non è sicuramente abituato all'estrema sinteticità delle scritture simboliche; così ad esempio si spiegherà brevemente qui, appoggiandoci alla delucidazione fornita da Cadonna, il diagramma del cerchio vuoto. Nei termini del neidan, il cerchio vuoto simboleggia la Camera Spirituale (shenshi) in cui risiede, all'interno di ciascun essere, lo Spirito Primordiale (yuanshen). Per contro, quando si sarà invece in presenza del cerchio con un punto nero nel suo mezzo, si intenderà allora che trattasi della particella di luce (il punto nero) che sta al centro dello Spirito Primordiale, per cui nutrendola sarà possibile restaurare lo stato originario, simboleggiato dall'Embrione Spirituale (shengtai).

Di particolare importanza è inoltre la glossa numero 108 che così recita: Si appaia come stupidi e in questo stato si portino a termine i propri giorni. La nota del traduttore è imprescindibile per capire l'enormità della portata di questo commento: Come si è accennato nella premessa, questo reiterato invito di Bai Yuchan è da mettere in relazione con l'aspetto discendente della realizzazione spirituale. Colui che ha attinto tale stato, non solo vede la realtà ordinaria ed esteriore come aspetto necessario dell'Assoluto, ma appare e si comporta egli stesso in maniera del tutto ordinaria: "Colui che fluisce con il Tao [...] è così semplice, così ordinario che può essere paragonato ad un idiota (Zhuangzi 20)". Nel Tasawwuf Ibn'Arabî afferma qualcosa di simile quando scrive che coloro che sono investiti di una missione verso le creature che dimorano ad-dunyâ, mondo che hanno appena "lasciato" nel loro sulûk (cammino iniziatico), si adoperano a nascondere il loro grado di iniziazione agli altri uomini, apparendo loro sotto un aspetto più consono alla "ignoranza" di questi ultimi.
L'importanza di ogni sua singola glossa è tale, lo si ripete, che meriterebbe essere letta da ognuno: infatti la presente umile e per forza delle cose, corta recensione, non può renderne tutta la portata sintetica di insegnamento rigorosamente tradizionale.
I complimenti al traduttore per aver reso accessibile in italiano questa opera tradizionale.

 

Alberto De Luca

 

 

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Articolo inserito in data: martedì, 12 febbraio 2002.

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