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Nuova Era? L'origine antica del neospiritualismo

di Eduardo Zarelli

È noto che negli Stati Uniti manca il senso delle proporzioni: c'è un villaggio nell'Arizona che si chiama Sedona, ha 10 mila abitanti scarsi tra i canyon dalle rocce rosse ma attira 3 milioni di visitatori l'anno. Si dice che vi convergano vortici d'energia cosmica e tellurica (come nell'antica Delfi) e dove un giorno del Mito -in un "tempo-altro"- secondo gli indios Hopi, la Grande Madre ha partorito il genere umano. Qui si danno convegno Yogi, neo-sciamani ed esploratori del passato e del futuro e, alcuni di essi, attendono l'atterraggio degli extraterrestri.
Ma nell'umido Sud, a Santa Fe, nel Nuovo Messico, esiste anche una New Age University per "sistematizzare" il calderone di antiche e nuove credenze che alimentano il fenomeno. Fondata da Chris Griscom, l'istituzione "alternativa" vieta tassativamente l'uso di stupefacenti e la promiscuità sessuale: si insegnano metodi per risvegliare le energie fisiche e spirituali sopite, per vivere in armonia col cosmo e con la Natura, per stare in pace contemporaneamente con se stessi e gli altri.
Ma anche nel vecchio e arteriosclerotico continente, nella gelida e brulla brughiera scozzese di Findhorn, fioriscono le rose e si può parlare con le fate, cioè con gli spiriti della Natura. Come facevano i druidi, i mistici medievali e come da sempre fanno pastori e raccoglitrici di bacche di mezza Europa.

Sedona, Santa Fe, Findhorn sono solo tre dei diversi santuari della New Age diffusi in tutto il mondo. Le teorie sparse ormai da mezzo secolo in America e altrove da Alice Bailey, Chris Griscom, Egar Cayce, Maxwell Maltz hanno dato luogo a un proliferare di gruppi e movimenti ai quali fanno capo catene editoriali, iniziative informatiche e telematiche, case discografiche, case di cura e villaggi per vacanze ecologiche. Tuttavia, nonostante la diffusione del fenomeno, l'abbondanza dei centri di studio, di riviste e libri di grande successo che si rifanno più o meno direttamente a questo filone, rimane difficile disegnare una mappa non diciamo filosofica, ma anche soltanto concettuale della New Age.
La base, certo, è in apparenza semplice e chiara: se ne possono rintracciare le linee nel celebratissimo La profezia di Celestino, il best seller di James Redfield. L'era cosmica dominata dalla triste costellazione dei Pesci sta per finire; giunge quella del felice, sereno Acquario. Un'era di pace e di fratellanza, dove non ci sarà più bisogno né di leggi, né di dogmi, né di Stati, né di Chiese. Il genere umano ritroverà la via della "grazia" cioè dell'accordo con l'armonia cosmica e, con esso, la Natura, la salute, la felicità.
Il fatto è che questo annunciato paradiso in terra si nutre di argomenti e simboli sincretici, al limite del bricolage dilettantesco. Si va dal buddhismo all'antico Egitto, dal misticismo cristiano allo zen, dallo sciamanesimo allo chassidismo ebraico e poi macrobiotica e ufologia, salutismo e cultura pellerossa, futurismo tecnologico ed ecologia. Insomma, tanta confusione così congeniale ad una post modernità che riesce a conciliare una critica apparentemente radicale alla società dei consumi con il business.

La New Age tra musica prima "naturista" e ora "etnica", Cd-Rom, riviste, libri e il resto, si è rivelata per alcuni dei suoi gestori un'autentica miniera d'oro. E' tuttavia coerente il suo messaggio? E' legittimo questo Pantheon dove trovano posto tutti gli Dei?
In realtà, nella "Biblioteca ideale" della "New Age" convivono parecchi padri storici: da Rudolf Steiner a Wilhelm Reich, da Frederich Myers a Carlos Castaneda e, a scavare ulteriormente, ci troveremmo di fronte ad alcuni presupposti esoterico-occultistici ottocenteschi.

Inoltre, molti aspetti della "New Age" sono un déja vu d'oltre atlantico. Ai tempi dei "Figli dei fiori" e del conseguente Flower Power e di Hair non si predicavano cose molto diverse. Anche allora, dietro immaginarie buddhistiche vesti color zafferano e nebulose di cannabis, si intravedeva nitidamente la solita utopia occidentale di Rousseau, dello stato di natura e dell'innata bontà umana. Eppure, dietro la rivolta morale, civile, estetica ed esistenziale degli anni sessanta/settanta v'erano istanze ben più sostanziali. Il nichilismo della liberalizzazione degli stupefacenti e della disinibizione sessuale si associava alla rivolta civile, al rifiuto del macello del Viet-Nam e, dietro le marce delle varie Vanessa Redgrave e Jane Fonda per la difesa di quel poco che rimaneva delle etnie pellerossa, v'era una sia pur confusa percezione del disastro che la società dei consumi stava causando ai danni delle tradizioni e delle identità culturali del mondo intero.
Questa forza, questa capacità di commozione corale non si ritrova affatto nella New Age patinata dai sorrisi di Eleonora Brigliadori e Marco Columbro. Qui, tutte le preoccupazioni sono individuali e interiorizzate: ritrovare la pace, la serenità, l'equilibrio, la salute. E se è sicuramente vero che questa società ha pregiudicato condizioni normali di vita, è altrettanto vero che queste parole d'ordine sono funzionali ad una cultura buonista, filantropica, che si identifica pienamente con gli sviluppi di un mercato maturo, e quindi segmentato, che -a chi può permetterseli- offre cieli azzurri, mari puliti e cure naturali palingenetiche. Tutto ciò grazie a quella globalizzazione e all'egemonia di quel pensiero unico che sopprime popoli e tradizioni, quelle vere, in carne ed ossa. E allora la New Age è molto meno casuale e confusa di quel che pare.

Una trentina di anni fa un allora giovane sociologo, Sabino Acquaviva, scrisse un libro intelligentissimo quanto sbagliato: L'eclissi del sacro. L'assunto era che il progresso tecno-scientifico e il benessere economico avrebbero da li a poco cancellato in Occidente il bisogno del Sacro. Ma alla fine del millennio ci accorgiamo che è esatto proprio il contrario.
Mircea Eliade, con la sua sterminata ricerca sull'antropologia dell'uomo religioso, ha predicato spesso nell'insensibilità più preconcetta come il Sacro sia una aspetto ineliminabile della personalità umana e di come, anche nell'estremo Occidente nichilista, simboli e riti culturali imitino inconsciamente verità profonde e originarie.
La scienza compie ogni giorno passi enormi, ma spesso più lunghi delle sue stesse gambe e quindi non ci persuade e rassicura più; la tecnologia mostra il suo volto duplice e oramai inquietante della manipolazione genetica o della distruzione dell'ambiente e delle sue risorse; il benessere impatta nei "limiti dello sviluppo" e nelle contraddizioni sociali... insomma, il sogno della ragione ha prodotto un sacco di mostri. E la gente, in assenza di riferimenti, scappa o si aggrappa in un vero e proprio scoppio selvaggio di Sacro, una galassia di spezzoni di mitologie e fedi religiose confuse, incontrollate, comode come un oggetto da usare e consumare in fretta, come uno psicofarmaco.

Naturalmente, la New Age attrae gente di ogni tipo, spesso in buona fede. Molti però, fra quelli che ne insegnano i miraggi, sono degli intellettuali del dilettantismo, completamente privi di profondità e sistematicità per comprendere e trattare temi -come l'antroposofia steineriana o la psicoanalisi di Wilhelm Reich- di seconda mano affrettatamente rivisitati.
La natura (e la grazia...) della New Age plana sulle menti indifese di gente digiuna di argomenti e capacità critica, producendo spesso dei suggestionati più che dei Siddharta nel deserto "materialista". E' stato detto che l'occultismo è la metafisica degli ingenui. La New Age potrebbe essere la religione del futuro per gli ignoranti e i disorientati: la religione per gente alla quale la globalizazione postmoderna, con la sua cultura omologata e massificante, ha tagliato le radici.

Tutto da buttare quindi?
Non proprio. La terapia sbagliata per un malessere reale. La decadenza della civiltà occidentale ha raggiunto una fase topica annunciando un trapasso contraddistinto -come in ogni fase di transizione- da una dimensione caotica.
La ricerca di senso, il richiamo a modelli comunitari di socialità, un nuovo immaginario legato al dono e alla gratuità di contro all'utilitarismo, la sfida della nuova/antica scienza che riattualizza principi olistici ed energetici dell'organizzazione della materia così come la sapienzialità di ogni cultura tradizionale ha fatto per millenni, un rinnovato senso del limite nei rapporti tra cultura e natura. Tutto ciò, in modo parziale, spesso frainteso e manipolato, può far parte di una tendenza culturale che informi un nuovo paradigma concettuale capace di oltrepassare il "meridiano zero", l'orizzonte del nichilismo occidentale.

 

Eduardo Zarelli

 

 

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Articolo inserito in data: lunedì, 30 novembre 1998.

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