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Il sovrano moghul Akbar (1556-1605)

di Paolo Scroccaro

"Fu il più importante uomo di stato del suo tempo, sostanzialmente più lungimirante di Filippo di Spagna e della sua antagonista Elisabetta d'Inghilterra": cosi lo definisce H. G. Behr nel suo testo dedicato ai Moghul (I Moghul imperatori dell'India, Garzanti, 1987, pag. 147).
Questa favorevole valutazione non è rara: storici delle più diverse tendenze hanno fornito conferme assai positive, insistendo sulle grandi capacità di mediare e armonizzare le varie componenti sociali, religiose ed etniche dell'impero, impresa notevole che di raro è dato riscontrare nella storia (si pensi solo al fatto che, in Europa, i sovrani non riuscivano a far convivere nemmeno le tendenze interne al cristianesimo, mentre in India erano presenti quasi tutte le più grandi religioni del mondo!).
Il suo impero voleva avere un carattere eminentemente spirituale, era visto come "una luce che emana da Dio, un raggio del sole che illumina il mondo". Egli voleva realizzare l'ideale tradizionale del sovrano universale (Cakravartin), capace di incarnare le qualità del Dharma e di concretizzare nella storia il "regno di giustizia", e a questo proposito e stata messa in luce l'affinità che lo legherebbe al suo antico predecessore buddhista Asoka.
Operando secondo questi intendimenti, egli cercò di conciliare prima di tutto indù e musulmani; abolì le tasse sui pellegrinaggi indù e la gizya, l'imposta sui non-musulmani che di norma l'Islam imponeva in tutti i territori conquistati. Vietò l'uccisione della vacca, ed anzi, più in generale, fece proprie le leggi indù contro l'uccisione degli animali, spingendosi a proporre pene severe per coloro che violavano tali disposizioni, macellai in testa. Proibì la condanna a morte per apostasia, e garantì la libertà religiosa per tutti i culti e il rispetto delle particolari leggi religiose.
Poiché "un matrimonio evita dieci guerre", il sovrano sposò varie principesse rajputi (le quali continuarono a seguire la loro tradizione), inserendo così i principi rajputi nelle istituzioni moghul in modo indolore.

Raccogliendo certe suggestioni che gli provenivano dalla frequentazione di ambienti sufi (peraltro alcuni sufi erano presenti anche a corte) egli fondo la Casa del Culto, e ivi raccolse esponenti delle principali correnti spirituali (induisti, sciiti, sunniti ortodossi, zoroastriani, ebrei, gesuiti, giainisti ...), mostrando nei fatti un'apertura culturale del tutto sconosciuta all'Europa cristiana di ieri e di oggi. Seguendo questa sua propensione universalistica, egli era solito declamare "Inni al Sole" in persiano (che all'epoca era la lingua dei dotti in India), arabo, turco, hindi ... È lecito avere delle riserve per quanto concerne il tentativo, fallito, di dar vita ad una religione sincretistica; ciò nonostante, l'esigenza di confronto inter-religioso era senz'altro indispensabile nella variegata India, confronto volto a trovare un accordo sui principi e a trascendere certe inevitabili parzialità delle particolari formulazioni dogmatiche religiose, alla luce del sufismo.
Inoltre, poiché "il ciclo di ogni shariah (legge religiosa) dura 1000 anni", non era priva di fondamento l'esigenza di salvare i principi delle precedenti norme religiose, traducendoli nel presente e adattandoli alle nuove circostanze, in modo da rivitalizzarli e mostrarne la perenne efficacia (un suo successore mediocre, Aurangzeb, sunnita ortodosso e letteralista, farà esattamente il contrario, applicando la shariah in modo inintelligente e meccanico, come succede anche oggi in alcuni paesi, attirandosi il giusto risentimento indù, preparando così la disgregazione dell'India e la successiva penetrazione inglese).

Come si può constatare, l'esperienza akbarita ha posto dei problemi di grande rilevanza teorica e pratica, che sono quanto mai attuali e che oggi appartengono non solo all'India, ma anche all'Europa ed anzi al mondo intero; i tentativi di soluzione di Akbar, benché discutibili per qualche aspetto, presentano un'indubbia superiorità rispetto alle esperienze che si sono date nella civiltà cristiana medievale e moderna. Alcune indicazioni sociali e spirituali possono apportare perciò contributi indispensabili, validi anche nel nostro presente.

 

Paolo Scroccaro

 

 

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Articolo inserito in data: giovedì, 20 ottobre, 1998.

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