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La dottrina pitagorica dei "numeri" e degli opposti

di Paolo Scroccaro

Premessa

Appare impresa impossibile, quella di ricostruire nella sua completezza la metafisica pitagorica: inevitabilmente molti dettagli delle dottrine pitagoriche risultano per noi oscuri ed incomprensibili, data anche la parzialità delle informazioni a noi accessibili. Gli storici della filosofia meritano perciò tutte le attenuanti del caso, quando dichiarano apertamente i loro limiti a proposito del Pitagorismo (cosa che succede assai raramente). Il più delle volte, essi pretendono invece di attribuire al Pitagorismo teorie ingenue, assurde, incoerenti... sulla base di dati inesistenti o inaffidabili, fabbricando fabulazioni pseudofilosofiche di cui i Pitagorici non sono certo responsabili, ma piuttosto vittime.
Talvolta, i riferimenti disponibili vengono ignorati o deformati nei loro significati più importanti, in funzione di stravaganti ed insostenibili interpretazioni, le cui cavillose forzature sconcertano. Perfino nei manuali scolastici, possiamo trovare tracce di quanto sopra: qui di seguito, proponiamo alcune esemplificazioni a proposito della "matematica" pitagorica.

Cosa scrivono i manuali di filosofia?

Abbagnano-Fornero, Filosofie e filosofie nella storia, vol. I, Paravia, 1986

Il concetto che è alla base del principio pitagorico che le cose sono numeri è, dunque, quello di un ordine misurabile. Affermare, come facevano i Pitagorici, che le cose sono costituite di numeri e che quindi tutto il mondo è fatto di numeri, significa che la vera natura del mondo, come delle singole cose, consiste in un ordinamento geometrico esprimibile in numeri (misurabile). Infatti, mediante il numero è possibile spiegare le cose più disparate dell'esperienza: dal moto degli astri al succedersi delle stagioni, dalle armonie musicali al ciclo della vegetazione. Per cui, anche ciò che sembra lontano dal numero risulta, a ben guardare, riconducibile ad una struttura quantitativa e quindi misurabile. E qui è veramente la grande importanza dei Pitagorici, che per primi hanno ricondotto la natura, o meglio il carattere che fa della natura qualcosa di oggettivo (di veramente reale), all'ordine misurabile; e hanno riconosciuto in quest'ordine ciò che da al mondo la sua unità, la sua armonia, quindi anche la sua bellezza.

Ma se la sostanza delle cose è il numero, le opposizioni tra le cose si riducono ad opposizioni tra numeri. Ora il numero si divide in impari e pari: questa opposizione fondamentale si riflette in tutte le cose, quindi anche nel mondo nella sua totalità, e divide il mondo stesso in due parti, l'una corrispondente all'impari, l'altra al pari. In tal modo la filosofia dei Pitagorici e una filosofia dualistica. L'impari e il numero limitato (cioè terminato, compiuto) perché si identifica con lo gnomone che è una figura in sé compiuta, armonica. Il pari è invece illimitato, cioè non compiuto, non terminato. L'unità è detta parimpari, perché, aggiungendosi all'impari lo rende pari.

All'opposizione dell'impari e del pari, del limite e dell'illimitato, corrispondono altre opposizioni nelle quali sempre l'ordine, il bene e la perfezione stanno dalla parte dell'impari. Ci sono così dieci opposizioni fondamentali: 1) Limite, illimitato. 2) Impari, pari. 3) Unita, molteplicità. 4) Destra, sinistra. 5) Maschio, femmina. 6) Quiete, movimento. 7) Retta, curva. 8) Luce, tenebre. 9) Bene, male. 10) Quadrato, rettangolo.

Questi opposti sono conciliati nel mondo da un principio di armonia.

Reale-Antiseri, La filosofia nel suo sviluppo storico, vol. I, La Scuola, 1988

Gli elementi da cui derivano i numeri

Tutte le cose derivano dai numeri; tuttavia i numeri non sono il primum assoluto, ma derivano essi stessi da ulteriori «elementi». In effetti, i numeri risultano essere una quantità (indeterminata) che via via si de-termina o de-limita: 2, 3, 4, 5, 6... all'infinito. Due elementi risultano quindi costituire il numero: uno indeterminato o illimitato e uno determinante o limitante. Il numero nasce quindi «dall'accordo di elementi limitanti e di elementi illimitati», e, a sua volta, genera tutte le altre cose.

Ma proprio in quanto generati da un elemento indeterminato e da uno determinante, i numeri manifestano una certa prevalenza dell'uno o dell'altro di questi due elementi: nei numeri pari predomina l'indeterminato (e quindi per i Pitagorici i numeri pari sono meno perfetti), mentre nei dispari prevale l'elemento limitante (e perciò sono più perfetti). Se noi, infatti, raffiguriamo un numero 0 con dei punti geometricamente disposti (si pensi all'uso arcaico di utilizzare dei sassolini per indicare il numero e per fare operazioni, da cui e derivata l'espressione «fare i calcoli» nonché il termine calcolare, dal latino «calculus» che vuol dire «sassolino»), notiamo che il numero pari lascia un campo vuoto alla freccia che passa in mezzo e non trova un limite, e quindi mostra la sua difettosità (illimitatezza), mentre nel numero dispari, per contro, rimane sempre una unita in più, che de-limita e de-termina:

2 4 6 ecc.
3 5 7 ecc.

Inoltre, i Pitagorici considerano il numero dispari come «maschile», e il pari come «femminile».

È lecito chiedersi: cosa ne ricaveranno i nostri studenti? Che uso potranno fare i docenti di certi "strumenti didattici"?

I "numeri" come principi delle cose: l'interpretazione di Aristotele

Premettiamo che, nelle opere aristoteliche, si trovano depositati contenuti filosofici di grande spessore, e addirittura tracce di un'antica sapienza, che ci sono giunte anche per loro tramite. Esse meritano perciò tutta la nostra considerazione e attenzione, come è ovvio. Tuttavia, non è sempre così: tali contenuti sono talvolta mescolati ad altri, molto meno rilevanti se non controproducenti, frutto dei personalismi di Aristotele e di eccessi polemici non sempre fondati, che hanno portato fuori strada lo stagirita e quanti l'hanno seguito. Così è per quanto riguarda la rilettura del Pitagorismo e dei Presocratici in genere: la ricostruzione aristotelica, eccitata da manie di protagonismo, risulta poco attendibile, anche perché rivolta in modo esasperato all individuazione (spesso cervellotica) di difetti ed incoerenze altrui, che nelle opere aristoteliche verrebbero invece superati. Occorre ammettere che tale ricostruzione "critica" e in realtà la parte peggiore delle elaborazioni aristoteliche.

In particolare, presentando la filosofia pitagorica, Aristotele ripiega volentieri su superficiali schematizzazioni, che finiscono spesso per ridicolizzare tale pensiero, esponendolo alle fin troppo facili obiezioni di Aristotele stesso; con questo, non si esclude che alcune informazioni aristoteliche possano esser valide: semplicemente, esse vanno selezionate o ricollocate in un contesto adatto, avendo come punto di riferimento privilegiato, oltre ai frammenti dei pitagorici antichi, le testimonianze di autori molto vicini allo spirito del Pitagorismo, i quali erano quindi interessati ad una sua restituzione autentica (a differenza di Aristotele).

Parlando dei principi cosmologici, Aristotele riferisce così il punto di vista pitagorico:

«I numeri occupano naturalmente il primo posto tra tali principi, e i Pitagorici credono di scorgere in quelli, più che nel fuoco o nella terra o nell'acqua, un gran numero di somiglianze con le cose che esistono e sono generate [...] pareva loro evidente che i numeri fossero l'essenza primordiale di tutto l'universo fisico» (Metafisica, libro I (A), 5, 985 b-986 a).

Dopo questa neutrale introduzione, Aristotele inizia una disamina polemica, muovendo ad essi tutta una serie di critiche, sulle quali non possiamo soffermarci in dettaglio. Ci limiteremo perciò ai dati più essenziali: poche righe più avanti, li accusa di proteggere la loro dottrina con ridicole ipotesi ad hoc; infatti, poiché considerano la decade perfetta, secondo loro devono essere per forza dieci anche gli astri, benché solo nove siano visibili; perciò avrebbero inventato l'Antiterra (v. Metafisica 986 a, 7-11; tale malignità e sostenuta anche in Del cielo, 293 a 23).

Più sotto, allude a possibili divergenze tra i Pitagorici: alcuni privilegiano gli opposti pari-dispari come qualità essenziali di tutti i numeri (tranne l'Uno), altri invece

«dicono che i principi sono dieci e li elencano per coppie di elementi: limite e illimitato, dispari e pari, unita e pluralità, destro e sinistro, maschio e femmina, quieto e mosso, retto e curvo, luce e oscurità, buono e cattivo, quadro e oblungo; proprio questa pare che sia stata la dottrina anche di Alcmeone di Crotone» (Metafisica 986 a, 15-30).

Questa tavola degli opposti, e riprodotta acriticamente in molti manuali di filosofia, per lo più senza indicare la fonte aristotelica, come tale non esente da sospetti, e soprattutto senza un adeguato commento, che ne permetta una qualche intelligibilità)1.
In ogni caso, e facile constatare che non si tratterebbe di divergenze, ma di articolazioni diversificate di un'unica formula dottrinaria, che però Aristotele preferisce presentare come oscure diatribe interne alla scuola, non perdendo occasione per screditare qualcuno dei suoi rappresentanti, a colpi di insinuazioni arbitrarie. Alcmeone infatti avrebbe addirittura assunto a caso le coppie dei contrari:

«Alcmeone buttò fuori, senza alcun discernimento, le sue teorie circa le altre coppie dei contrari».

Altri Pitagorici «hanno intrapreso anche a parlare dell'essenza e a darne una definizione, ma in questo loro tentativo hanno proceduto in modo troppo semplicistico. Essi, infatti, definivano in maniera superficiale, e credevano che la sostanza di un oggetto non fosse altro che il primo numero al quale si applicasse la definizione da loro suggerita...» (Metafisica 986 a-b, 987 a 20-25).

Di seguito, Aristotele propone personalissime divagazioni sulle affinità e sulle differenze tra Pitagora e Platone, che non trovano serio riscontro nelle opere scritte di Platone (le forzature di Aristotele su questo punto meriterebbero una riflessione a sé stante)2. Sorvoliamo su altre pretestuose obiezioni ai Numeri pitagorici (e alle Idee platoniche), quali compaiono nei Libri XIII e XIV (M e N) della Metafisica: non lo seguiremo nelle sue peripezie concettuali, penalizzate da un metodo noiosamente oppositivo e per nulla unitivo (egli non tenta quasi mai di armonizzare in un quadro d'insieme le concezioni che incontra, ed anzi esaspera ad oltranza quelle che a lui sembrano contrapposizioni inconciliabili); ci limiteremo a rimarcare che nella parte finale della Metafisica (cfr. XIV 5. 1092 b) rimprovera nuovamente i Pitagorici, poiché

«quei filosofi non ci hanno neppure precisato in che modo i numero siano cause delle sostanze e dell'essere»;

e a tal proposito, se la prende con Eurito, discepolo di Filolao, il quale

«cercando di stabilire quale numero appartenesse a ciascuna cosa, ossia, ad esempio, questo numero all'uomo, quest'altro al cavallo, disponeva i suoi sassolini in modo da ottenere le figure degli animali e delle piante...» (tale amenità si ritrova anche in Teofrasto, Metafisica).

Ebbene, la diceria aristotelica a proposito di Eurito che si ingegnava con i sassolini onde ricostruire le figure naturali ha avuto un successo imprevisto nell'età contemporanea: è stata presa sul serio da noti storici della filosofia, che l'hanno prescelta per esporre la dottrina pitagorica dei Numeri!! Il fatto è sconcertante, poiché la narrazione aristotelica è poco appetibile già a prima vista: esso mostra la fragilità e l'inconsistenza di certe ricostruzioni della filosofia antica, che passano per buone anche in manuali importanti! Lo stesso dicasi per quanto riguarda molte altre nozioni richiamate in vari testi scolastici, la cui fonte principale resta la polemica aristotelica, talvolta astiosa, talvolta pedante, di cui abbiamo segnalato alcuni passi tratti dalla Metafisica; se ne potrebbero selezionare altri dalla Fisica e dal Del cielo3.

Evidentemente, le oscurità e le incomprensioni dell'attuale manualistica vanno in gran parte riportate a quelle di Aristotele. Una domanda sorge spontanea: non sarebbe doveroso, ai fini di una dignitosa conoscenza di quanto sopra, assumere come riferimento principale autori non ostili pregiudizialmente al Pitagorismo ed anzi bene addentro in tale sentiero spirituale? Esso per la sua importanza, certo non merita il dileggio aristotelico e la superficialità dei contemporanei.

I "numeri" come principi e l'integrazione degli opposti

Il simbolismo dei "nuneri" secondo Alcmeone e Filolao

Alcmeone di Crotone, medico e filosofo, è uno dei Pitagorici più antichi, essendo allievo diretto di Pitagora quando il caposcuola era in età avanzata. Filolao4, probabilmente originario di Taranto, contemporaneo di Socrate, scampato alle persecuzioni antipitagoriche nel meridione italico, rifonda a Tebe un circolo pitagorico di notevole importanza.

Le testimonianze ed i frammenti che li riguardano, sono documenti significativi per la comprensione delle dottrine della Scuola; essi ricollegano i "Numeri" alla dottrina cosmologica degli Opposti, mostrando così che anche i Pitagorici aderiscono, per l'essenziale, a tale cosmogonia tradizionale , che quindi non può essere un'invenzione pitagorica5.

Lo stesso Aristotele, di cui abbiamo sopra sottolineato l'avversione nei confronti di Alcmeone, insinuando che il suo insegnamento non fosse rigoroso e in linea con la scuola, è costretto ad un'importante ammissione:

«Questo solo dunque troviamo di comune in lui e in quelli [gli altri Pitagorici]: che i contrari sono i principi delle cose» (Metafisica, libro I, 986 b, cfr. 1-4).

Da varie testimonianze, sappiamo anche che, in ultima analisi, tali contrari possono esser ridotti a due soli e costituiscono la struttura di qualsiasi evento, ed anche per questo

«la maggior parte delle cose umane sono dualità» (Alcmeone, framm. 1 bis-Timpanaro Cardini).

Tale riduzione dei contrari a due, è perfettamente compatibile con la tavola delle opposizioni che Aristotele, abbiamo visto, attribuisce ai Pitagorici; ed anzi, permette di chiarire un aspetto fondamentale del simbolismo dei Numeri, dato che anche la varietà dei Numeri viene ridotta a due, e quindi all'opposizione tra Dispari e Pari, la quale attraversa tutta la serie numerica. Questa opposizione, così come esposta in Aristotele e nei testi scolastici, assume un aspetto buffo e folcloristico, qualcosa che si ricorda per dovere di cronaca e con aria di sufficienza.

Per oltrepassare tale incomprensione, occorre preventivamente distinguere due versanti della Matematica pitagorica, quello "quantitativo" e quello "qualitativo-simbolico".
In genere, i Pitagorici vengono ricordati per gli studi sulla Matematica quantitativa, che è poi l'unica conosciuta nell'Occidente moderno e applicata nelle varie scienze. Per questo motivo, i Pitagorici vengono spesso elogiati (erroneamente) quali precursori di Galilei e della scienza moderna, dato che questa privilegia il linguaggio matematico-quantitativo. In realtà, per i Pitagorici era molto più importante l'aspetto qualitativo-simbolico, in cui i Numeri non indicano quantità o rapporti di tipo quantitativo, bensì raffigurano simbolicamente contenuti cosmologici e metafisici di tipo qualitativo6, come tali irriducibili alla mera quantità.
Non a caso, innumerevoli testimonianze ricordano che Pitagora era solito privilegiare il linguaggio dei simboli7: l'incomprensione aristotelica delle dottrine pitagoriche nasce anche dal suo approccio testardamente letteralistico, tale per cui Aristotele, cercando di capirne qualcosa, assegna alla terminologia pitagorica dei significati estremamente riduttivi e unilaterali, che lo portano fuori strada nella misura in cui essi vengono assolutizzati per escludere di fatto dimensioni più profonde e più ampie di significati, che sole qualificano la tradizione pitagorica8.

L'opposizione tra Pari e Dispari, cui abbiamo sopra accennato, si inscrive nel contesto della Matematica qualitativa o simbolica: tutti i Numeri (eccetto l'Uno, per motivi che diremo), sono Pari o Dispari:

«Il numero ha due specie sue proprie, il dispari e il pari»,

ripete Filolao (framm. 5).
L'opposizione Pari-Dispari è la madre di tutte le opposizioni che si danno nel campo dei Numeri. Ma anche l'intera vita cosmica è contrassegnata dai contrasti tra forze contrarie: «limite-illimitato» (Filolao, v. Framm. l e 2), «umido-secco, freddo-caldo, amaro-dolce e così via» (Alcmeone, Framm. 4)9.

Così come avviene nel campo dei numeri, anche le variegate opposizioni cosmologiche possono essere ricondotte ad una Opposizione principiale, matrice di tutte le altre, che possono esser indicate con nomi diversi, come si può ricavare dalle esemplificazioni di Alcmeone e di Aristotele stesso.
Ciò che più importa, è che un unico filo conduttore attraversa e unifica tutte le qualità cosmologiche indicate come: luminose, diurne, maschili, calde, solari, tendenti alla forma (limite) e alla quiete (centripete).... Lo stesso dicasi per le qualità contrarie: oscure, notturne, femminili, fredde, lunari, tendenti all'informale (illimite) e al moto espansivo (centrifughe).

Perciò dice bene Filolao:

«Dell'una e dell'altra ci sono molte forme, che ciascuna col suo proprio essere esprime» (Framm. 5).

In definitiva, la molteplicità degli eventi cosmici porta il contrassegno di due qualità energetiche essenziali e opposte: questa estrema sintesi viene condensata nei Simboli numerici fondamentali, vale a dire il Dispari (che secondo i Pitagorici rappresenta le energie solari, maschili etc.) e il Pari (che rappresenta le potenze lunari, femminili, notturne etc.)10.
In questo senso, Dispari e Pari e tutti i Numeri che ne sortiscono, sono i Principi di tutte le cose (poiché tutte le cose, quindi l'intera realtà manifesta, sono costituite da una certa integrazione tra forze avverse che in ultima analisi, seguendo il filo delle affinità analogiche, vanno riferite al simbolismo del Dispari e del Pari11, e dei Numeri che ne conseguono.

A seguire certe testimonianze, compresa quella di Aristotele, tali forze vengono indicate anche come «bene» e «male»: ciò è accettabile solo a patto di non dare a tale espressione un significato moralistico e assolutizzante che sarebbe del tutto fuorviante. Infatti, se i termini «bene» e «male» avessero un tale significato, si sarebbe tentati di voler scacciare il Male in nome del Bene: in realtà tale linguaggio, nel contesto della dottrina tradizionale di cui stiamo dicendo (in altri contesti può assumere altri significati), comporta un significato del tutto "neutrale", distante dall'opinione comune.
Infatti il Cosmo, che per i Pitagorici è Ordine12 e Bellezza, non risulta dall'emarginazione della forza "negativa" da parte di quella "positiva", come si potrebbe ingenuamente supporre, bensì proprio dalla loro integrazione:

«La natura cosmica risulta dall'accordo di Limite e Illimite»,

ricorda Filolao (Framm. l), che così continua:

«[...] poiché i principi erano essenzialmente dissimili e disomogenei, sarebbe stato impossibile creare con essi un cosmo, se non fosse intervenuta armonia" (Framm. 6).

L'Armonia cosmica, precisa l'autorevole esponente del Pitagorismo, non può che nascere necessariamente13 da un certo equilibrio tra i contrari, non dall'impossibile espulsione di uno dei due:

«[...] perché Armonia è unificazione di plurimescolati elementi e consenso di dissenzienti» (Framm. 10).

Quindi tutte le energie cosmiche e gli enti che ne derivano, benché considerati benefici o malefici secondo i diversi punti di vista, concorrono in qualche modo all'equilibrio del Tutto e a tal fine parimenti necessari14, tant'è vero che

«tutte le cose sono state racchiuse dal divino come in una custodia» (Franm. 15):

questa suggestiva immagine di Filolao, mettendo in evidenza che il divino stesso è scrupoloso custode delle cose tutte, e non solo di alcune, rafforza una volta di più il quadro cosmologico sopra presentato.

Questi orientamenti di fondo, ampiamente diffusi nell'antichità e nel medio evo, costituiscono tra l'altro il retroterra di diverse scienze tradizionali occidentali ed orientali15. Di qui anche le particolari applicazioni in medicina16, ad opera per esempio di Alcmeone, per il quale

«ciò che mantiene la salute è l'equilibrio delle potenze: umido-secco, freddo-caldo, amaro-dolce e così via; invece il predominio d'una di esse genera malattia, perché micidiale è il predominio d'un opposto sull'altro [...]. Invece la salute è la mescolanza proporzionata delle qualità» (Framm. 4).

Ovviamente, compito del medico pitagorico sarà quello di individuare gli squilibri sopra esemplificati, e di favorire il ritorno all'equilibrio salutare17, togliendo le energie in eccesso e potenziando quelle in difetto, secondo uno schema operativo che avrà ampio seguito in tutte le tradizioni premoderne18.

Oltre la dualità, verso l'Uno

Diversi autori contemporanei, sulla base di una confusa percezione della dottrina degli opposti, hanno ricavato la conclusione che quindi la filosofia pitagorica è dualista (v. per esempio il testo di Abbagnano-Fornero, citato all'inizio). Tale errata valutazione, per coerenza nell'errare, dovrebbe essere allora applicata a quasi tutte le filosofie premoderne, in cui è di norma presente una dottrina cosmologica degli opposti. Ma, appunto, tale dottrina "dualistica" riguarda solo la cosmologia, e non l'intera filosofia pitagorica: l'errore degli autori in questione consiste nello scambiare la parte cosmologica della filosofia pitagorica con l'intera filosofia, che invece è ben direzionata verso il superamento della "dualità", cioè verso una Metafisica della non-dualità (questa risulta essere la dizione più corretta, per esprimere nella sua essenzialità la visione pitagorica).

Infatti, e ben vero che

«quasi tutte le cose umane sono dualità»,

come ben recita un detto di Alcmeone.
In effetti, la vita umana ordinaria (non solo umana) sembra confinata nella dualità dovuta a vario titolo alle forze opposte e limitative che qualificano l'intera esistenza cosmica. Tuttavia tali forze, simbolizzate dal Tre e dal Due, cioè dal primo numero dispari e pari19, non sono principi assoluti, ma solo "cosmologici": in altre parole, non esauriscono il reale in modo assoluto ma sono compresi, cioè ospitati, in una dimensione ulteriore e più ampia, che nel simbolismo pitagorico20 prende il nome di Uno21, il quale quindi è al di là di tutte le opposizioni dualistiche, e proprio per questo simbolizza la dimensione assoluta22 e onnicomprensiva della Non-Dualità. Infatti le forze cosmiche del Dispari (o del Tre) non possono essere principi assoluti, proprio perché si contendono il reale con le potenze avversarie del Pari (o del Due), che sono parimenti necessarie ed incancellabili; invece l'Uno, trascendendo ed includendo tutte le opposizioni, non può avere oppositori e a nulla si oppone23; corrisponde perciò al Divino, ricordato da Filolao, che nel suo illimitato e premuroso custodire si prende cura di tutte le cose senza eccezione, senza rifiutare alcuna24.

Quanto detto è indispensabile anche ai fini della realizzazione spirituale (talvolta scambiata, nei manuali scolastici, per una bizzarra ed incomprensibile "mistica dei numeri"): poiché il tema travalica i confini di questo intervento, ci limiteremo ad una sintesi estrema. I1 sentiero realizzativo pitagorico prevede varie tappe, schematicamente riducibili a tre:

1) purificazione esistenziale e mentale, onde predisporre l'intelletto (nous) alla contemplazione disinteressata, senza restrizioni egoiche, utilitaristiche, antropocentriche25;

2) contemplazione delle "armonie cosmiche" risultanti dalla lotta e dall'integrazione dei contrari, secondo l'insegnamento di Filolao precedentemente commentato (il che già corrisponde ad una stazione spirituale elevatissima, per i motivi che abbiamo lì richiamato, implicando necessariamente un grado proporzionato di realizzazione spirituale26;

3) contemplazione dell'Uno senza-dualità, il che corrisponde alla realizzazione suprema, cioè all'apertura noetica totale e al trascendimento irreversibile di qualsiasi dualità oppositiva27.

 


Note

1- Infatti, sono state avanzate riserve su alcuni aspetti della tavola dei contrari, così come proposta da Aristotele. In aggiunta, se Aristotele pretendeva che tale tavola fosse completa, è facile replicare che così non può essere, poiché mancano vari "contrari", espressamente citati nella letteratura pitagorica e confermati da svariate fonti. Ne consegue che la tavola suggerita da Aristotele può esser considerata errata per eccesso (alcune coppie di contrari sembrano inserite arbitrariamente) e per difetto (molte altre non sono riportate). In ogni caso, non conviene quindi assumerla come un valido punto di riferimento, nemmeno nella didattica scolastica. torna al testo ^

2- Solo in parte, vi ha provveduto H. Cherniss, con L'enigma dell'Accademia antica (La Nuova Italia). torna al testo ^

3- Nella Fisica, Aristotele, oltre che con i Pitagorici, se la prende più in generale con tutti i sostenitori della dottrina dei contrari, nella misura in cui questi riducono a due i «Contrari principiali» e suppongono che essi da soli siano in grado di spiegare l'intera realtà cosmologica. Dopo aver precisato che i Contrari principiali, essendo tali, «non sono derivati da nessun'altra cosa, e come contrari non sono costituiti gli uni dagli altri» (altrimenti un Contrario verrebbe ridotto all'altro), Aristotele conclude sostenendo che i Principi cosmologici devono essere tre (il terzo lo chiama substrato), perché i primi due (i Contrari) devono avere un substrato su cui esercitare la loro azione contraria. Così dicendo, Aristotele crede di scovare un difetto nelle teorie altrui e di superarlo con una cosmologia più evoluta (cfr. Fisica, Libro I). In realtà la soluzione aristotelica ricalca quella criticata. Infatti Aristotele "taglia" la realtà in due: da una parte il substrato, cioè qualcosa di «essenzialmente passivo», dall'altra i due principi contrari che però, per come Aristotele li presenta, sono accomunati dal fatto di essere entrambi «essenzialmente attivi» (agiscono sul substrato passivo); come tali, costituiscono allora nell'insieme il "polo attivo" del divenire cosmico.
In definitiva, si ripropone l'opposizione tra forze contrarie "attive" e "passive", che corrisponde al significato più profondo della cosmologia pitagorica, che prevede proprio tale polarità. Anche qui, sembra aver giocato un brutto scherzo ad Aristotele la pedanteria estrema (unita alla mania di protagonismo innovatore). torna al testo ^

4- Secondo quanto attesta Porfirio, «fino a Filolao non fu possibile conoscere il pensiero di Pitagora; fu Filolao il solo che divulga i tre famosi libri, che Platone si fece comprare al prezzo di cento mine» (Vita di Pitagora, 3). torna al testo ^

5- Moltissimi autori, infatti, hanno dovuto ammettere che tale dottrina sarebbe antichissima, e che i Pitagorici (come altri), l'avrebbero solo raccolta e riadattata. Vedi per es. Zeller-Mondolfo, La filosofia dei greci nel suo sviluppo storico, e T. Gomperz, Pensatori greci. Secondo Gomperz, la dottrina degli opposti sarebbe di origine babilonese (Pensatori greci, La Nuova Italia, 1963, pag. 166-167). torna al testo ^

6- In questo senso ha ragione W. Jaeger, quando scrive che il Numero pitagorico rappresenta l'essenza qualitativa delle cose, e non un mero rapporto materiale, come pretende talvolta Aristotele (v. Paideia, Firenze, 1970, I, p. 305). torna al testo ^

7- «Alcune cose diceva anche mediante simboli, al modo di quanto avviene nei misteri» (Porfirio, Vita di Pitagora, 41).
Esemplare, a questo proposito, quello che attesta Giamblico: «Particolarmente importante era, nella scuola di Pitagora, anche il metodo di insegnamento per mezzo dei simboli. Questa forma era coltivata presso quasi tutti i Greci, essendo assai antica, e particolarmente presso gli Egizi era esercitata nelle più varie guise. Altrettanta considerazione essa godeva presso Pitagora, come vedrebbe chi fosse capace di spiegare chiaramente le espressioni e i sensi riposti dei simboli pitagorici e di svelare la loro giustezza e verità, liberandoli dal rivestimento enigmatico [...]». Di seguito, Giamblico cita vari esponenti pitagorici esperti nell'uso dei simboli (tra questi nomina anche Alcmeone e Filolao), e aggiunge che essi «custodivano sotto i simboli il senso delle loro discussioni o dei loro scritti. E se questi simboli non si sceverano ed esaminano attentamente, e non si comprendono tramite una seria interpretazione, le cose che in essi si dicono potranno sembrare a quanti le ascoltassero risibili e sciocche [...]. Ma se invece vengono esplicate nella maniera conforme a questi simboli e, da oscure che erano, si rendono chiare e limpide a molti [...] allora riveleranno una mirabile profondità di pensiero, infondendo una ispirazione divina nei dotti interpreti che ne hanno compreso il significato" (La vita pitagorica, XXIII). torna al testo ^

8- Secondo Plutarco, il simbolismo è assolutamente coessenziale alla tradizione pitagorica, e lo ripete in vari luoghi delle sue opere. Un suo frammento, appartenente a scritti che non ci sono pervenuti, merita di essere riportato, perché esprime in modo perfetto tale indissolubile legame: «Nulla è altrettanto specifico alla filosofia pitagorica quanto l'uso dei simboli, come quelli che vengono impiegati nella celebrazione dei Misteri. Si tratta di un modo di parlare che ha qualcosa del discorso e del silenzio al tempo stesso [...]. Quel che viene detto è molto chiaro ed evidente per coloro che sono abituati a questo linguaggio, mentre per coloro che lo ignorano è oscuro ed incomprensibile. Il senso apparente di questi simboli non è quello vero, ma bisogna ricercare il significato che essi sembrano ricoprire» (nella vecchia raccolta dell'Adriani, intitolata Frammenti di scritti non conosciuti, questo frammento figura come III). torna al testo ^

9- Damascio di Damasco, ultimo diadoco della Scuola di Atene, oltre a confermare quanto attribuito a Filolao, evidenzia che tale dottrina è stata pienamente assunta anche in Platone: «Ciò che è, deriva dal limite e dall'illimite, come dice Platone nel Filebo e Filolao nei Libri sulla natura» (De principiis, 50, I, 101, 3). torna al testo ^

10- Si noti l'analogia con la tradizione estremo-orientale: "I numeri dispari, essendo yang, possono essere detti celesti, e i numeri pari, essendo yin, possono essere detti terrestri [...] sono soprattutto i primi numeri rispettivamente dispari e pari a esser considerati i numeri caratteristici del Cielo e della Terra, ovvero l'espressione della loro intima natura» (R. Guénon, La grande triade, Adelphi, 1980, p. 73). torna al testo ^

11- «Di qui la necessità degli studi scientifici: e fra tali studi, il più significativo, il primo, è quello dei numeri in sé, non dei numeri che hanno corpo, ma della teoria del pari e del dispari, della loro genesi e potenza e di quanto di tale loro potenza essi. comunicano alla natura degli esseri» (Platone, Epinomide 990 c-d). torna al testo ^

12- «Pitagora fu il primo a chiamare cosmo la sfera delle cose tutte, per l'ordine che esiste in essa» (Aetio, Placita, II 1, 1). torna al testo ^

13- Infatti Filolao «pensava che tutto accadesse secondo necessità e armonia» (Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, VIII, 84-85). torna al testo ^

14- Affrontando tale argomento, Plutarco cita con favore Eraclito: «Armonia di opposti e l'armonia dell'universo», e subito dopo Euripide: «Beni e mali non sono separati, ma qualcosa li unisce a buon fine» (Iside e Osiride, 45, 369 b). Poco oltre, spiega che bene e male non possono essere principi assoluti, poiché, «se il bene non può esser causa del male, ne consegue che la natura debba avere in sé l'origine e il principio non solo del bene, ma anche del male», rinviando così ad un Principio onniestensivo che li trascende e li avvolge entrambi.
Altrove Plutarco, che solitamente segue Pitagora e Platone, cita nuovamente Eraclito (Framm. 51) : «L'armonia dell'universo, come quella di una lira o di un arco, e l'effetto di tensioni contrastanti», e lo commenta in questi termini: «tra le cose umane non ce n'è una che sia esente da commistione. Come in musica ci sono note gravi e acute, e in grammatica vocali e consonanti, e musico e grammatico è non chi rifiuta ed evita uno dei due elementi, ma chi li sa utilizzare e fondere tutti in modo appropriato, così, dato che anche le cose hanno in sé i loro opposti [...] non bisogna perdersi di coraggio e cedere di fronte alle avversità, ma al contrario [...] si devono avvolgere gli eventi più sfavorevoli con quelli positivi, facendo della nostra vita una mescolanza armoniosa [...]» (De tranquillitate animi, 15, 474 A-B). torna al testo ^

15- R. Guénon ha messo in evidenza le convergenze tra Taoismo e Pitagorismo, scrivendo: «La dualità dello Yang e dello Yin si ritrova anche nel campo dei numeri: secondo lo Yi-King, i numeri dispari corrispondono allo yang, cioè sono maschili o attivi, e i numeri pari corrispondono allo yin, cioè sono femminili o passivi. In questo non vi è nulla che sia peculiare alla tradizione estremo-orientale, dato che tale corrispondenza è conforme a quanto insegnano tutte le dottrine tradizionali: in Occidente, essa è nota soprattutto attraverso il Pitagorismo, e forse taluni, immaginando che si tratti di una concezione propria a quest'ultimo, rimarrebbero assai stupiti nell'apprendere che la si ritrova tale e quale addirittura in estremo Oriente, senza che sia ovviamente possibile prfesupporre in questo il minimo prestito da una parte o dall'altra» (La grande triade, Adelphi 1980, pag. 73).
Parlando della presenza di tale dottrina cosmologica nei mondi antichi, Titus Burckhardt ha osservato: «Nelle civiltà che siamo soliti definire arcaiche, tale prospettiva era immediata e strettamente legata all'esperienza sensibile: esperienza per la quale la materia si identificava in primo luogo con la terra in quanto principio passivo e perenne di tutte le cose visibili, contrapposto al cielo in quanto principio attivo di generazione. Questi due principi sono come le due mani di Dio. In reciproco rapporto, come maschio e femmina o padre e madre, non possono in alcun modo dissociarsi l'uno dall'altro [...]. Per la philosophia perennis, comune all'Oriente e all'Occidente fino all'avvento del razionalismo, i due principi, attivo e passivo, sono, al di là di ogni loro manifestazione sensibile, i poli primari che determinano la stessa esistenza" (Alchimia, Guanda, 1981, pag. 54).
In aggiunta, ricorderemo anche che il testo tardoimperiale romano Notitia dignitatum, tra le insegne degli armigeri romani riporta anche un simbolo «graficamente del tutto simile al Tai-Chi della tradizione cinese, comprendente lo Yin e lo Yang appaiati» (G. Monastra, Lo "yin-yang" tra le insegne dell'impero romano? in «Futuro-presente» n. 8, 1996, pag. 69 -[consultabile anche in questo sito]).
Tale coincidenza, che non può essere casuale, testimonia una volta di più la presenza universalmente diffusa di certe dottrine tradizionali in Occidente e in Oriente, dottrine che talvolta convergono perfino nei dettagli dei simbolismi che le raffigurano. torna al testo ^

16- Aggiungiamo questa ulteriore considerazione di R. Guénon: «La medicina tradizionale cinese, in particolare, è in certo modo interamente basata sulla distinzione tra lo yang e lo yin: ogni malattia è dovuta a uno stato di squilibrio, cioè a un eccesso di uno di questi due termini rispetta all'altro: bisogna quindi rafforzare quest'ultimo per ristabilire l'equilibrio, e si colpisce così la malattia nella sua stessa causa, anziché limitarsi a curare sintomi più o meno esterni e superficiali come fa la medicina profana degli Occidentali moderni» (La grande triade, cit., pag. 39-40, v. nota). torna al testo ^

17- Nelle opere di Platone troviamo innumerevoli conferme di ciò; non a caso nel Simposio il medico Eurissimaco afferma: «bisogna proprio saper conciliare nel corpo le qualità contrarie [...] freddo-caldo, amaro-dolce, secco-umido, e così via analogamente. Appunto per aver saputo suscitare fra di esse amore e concordia, il nostro predecessore Asclepio, come dicono questi poeti, e io concordo, è il fondatore della nostra arte (Simposio, XII 186d-e).
Poco più avanti, Platone insegna che lo stesso criterio trova innumerevoli applicazioni anche al di fuori della medicina, «in tutte le arti sia umane che divine». Quando le qualità opposte «ricevono armonia e saggia combinazione, allora portano la buona annata e la salute agli uomini, a tutti gli animali e i vegetali, e non producono danni». Invece, quando l'eccesso «prende il sopravvento [...] distrugge e danneggia mille cose; perché da qui provengono le epidemie in generale e molte altre diverse malattie agli animali e alle piante [...]» (Simposio XII, 187e-XIII, 188a-b).
In definitiva, Platone ed Eurissimaco sottolineano la portata "cosmologica" della dottrina degli opposti, esattamente come Alcmeone e Filolao. Come è ben noto, anche il mito dell'Androgino raccontato da Aristofane nel Simposio (XIV), è un'evidente rappresentazione simbolica di tale dottrina. torna al testo ^

18- Anche S. Tommaso ripete: «Infatti, come a colui che è ammalato per il freddo la natura restituirebbe la salute dando calore, così fa anche il medico; per cui si dice che l'arte imita la natura» (v. De magistro, I). Si noti l'analogia con la medicina tradizionale cinese: «Il principio di Yin e Yang è il principio fondamentale dell'intero universo [...] è la radice e la sorgente della vita e della morte [...]. Per trattare e curare le malattie si deve esplorare la loro origine [...]. Yin e Yang, principi negativo e positivo della natura, sono responsabili delle malattie che capitano a coloro che si ribellano alle leggi della natura ed anche a coloro che ad esse si conformano [...]. Se l'elemento maschile e vittorioso ci sarà il caldo, se e vittorioso l'elemento femminile ci sarà il freddo» (Canone di medicina interna dell'Imperatore giallo, Libro II, 5). torna al testo ^

19- «Il primo fra i numeri pari è il due, e il tre è il primo fra i dispari: dalla loro somma deriva il numero cinque, che partecipa di entrambi [...]» (Plutarco, Il tramonto degli oracoli, 35, 429b).
Giamblico conferma quanto sopra: «Il tre, che è il primo numero dispari [...]» (Teologia aritmetica, 17). «I Pitagorici chiamavano il cinque anche assenza di contesa [...], anche perché le due specie di numero assolutamente primarie e differenti [...], cioè il pari e il dispari, sono come conciliate e legate insieme dal numero cinque, perché questo è composto dalla loro unione [...]» (Teologia aritmetica, 34).
Ribadisce R. Guénon: «Per i Pitagorici, il 5 era il numero nuziale, in quanto somma del primo numero pari o femminile e del primo numero dispari o maschile» (La grande triade, cit., pag. 77). torna al testo ^

20- Merita di esser riportata questa eccellente testimonianza di Proclo: «Perciò da un lato Platone ci insegna molte mirabili dottrine intorno agli dei mediante figure matematiche; dall'altro la filosofia dei Pitagorici custodisce l'iniziazione ai divini misteri servendosi di siffatti velami. Tale infatti è tutto il Sacro discorso (di Pitagora), tali le Baccanti di Filolao, e il modo generale dell'insegnamento di Pitagora intorno agli dei (In Euclidem, p. 22, 9, Ed. Friedlein).
Un'affermazione simile si trova anche in Proclo, Commentario al Timeo, 36 b. torna al testo ^

21- Si noti anche qui l'analogia con la tradizione estremo-ozientale; «Ora, bisogna far bene attenzione al fatto che qui l'unità, essendo propriamente il principio del numero, non viene a sua volta calcolata come un numero; in realtà, ciò che essa rappresenta non può che essere anteriore alla distinzione tra il Cielo e la Terra, e infatti abbiamo già visto come essa corrisponda al loro comune principio, Tai-Ki, l'Essere identico all'Unità metafisica stessa. Perciò, se il 2 è il primo numero pari, come primo numero dispari sarà considerato il 3, e non l'uno» (R. Guénon, La grande triade, cit., pag. 74). torna al testo ^

22- A questo proposito, merita di esser richiamato quanto scrive Siriano nel suo Commento alla metafisica di Aristotele: «Supersostanziale è per Platone l'uno e il bene, e così per Brontino pitagorico [...] e per tutti quelli che provengono dalla scuola dei Pitagorici» (935 b Bekker). Ed inoltre: «Mettevano prima dei due principi la causa una [...] di cui Brontino dice che per potenza supera ed è anteriore a tutto ciò che è mente e sostanza" (925b-926a). Ne risulta la continuità, se non l'identità, tra la dottrina pitagorica dell'Uno e quella platonica del Bene, confermata da varie fonti. torna al testo ^

23- Tale trascendenza e onniavvolgenza dell'Uno può trovare svariate formulazioni simboliche, per es. «l'Uno è principio di tutte le cose» (Filolao, Framm. 8), cioè proprio di tutte, e non solo di alcune, il che significa che tutte le cose, e quindi anche tutte le opposizioni, sono ospitate nell'Uno onniavvolgente che nulla lascia fuori di sé e che a nulla si oppone. Nel Framn. 7, Filolao dice: «L'Uno, nel mezzo della sfera, si chiama Fuoco»; laddove la sfera rappresenta la molteplicità della manifestazione cosmica, virtualmente precontenuta nel Centro, come si allude in moltissimi simbolismi analoghi. Il Centro come tale è oltre ogni molteplicità oppositiva. Il Fuoco, che corrisponde in Filolao all'Uno Principiale, è da lui presentato anche in un'altra veste simbolica, non solo come Centro (o disposto "intorno al Centro"), ma anche come "Fuoco che avvolge il Tutto" (Aezio, Placita, II, 7, 7), alludendo apertamente al carattere onnicomprensivo del Grande Fuoco (v. A. Rostagni, Il verbo di Pitagora, Basilisco, pag. 52-53). I due simbolismi, lungi dal contraddirsi, si integrano perfettamente. torna al testo ^

24- A questa proposito, Giamblico usa espressioni che potrebbero sconcertare quanti non hanno familiarità con la metafisica della non-dualità: «Secondo un certo significato i Pitagorici chiamano l'Uno anche [...] materia e colui che ospita ogni cosa, in quanto è capace sia di produrre il Due, che è propriamente materia, che di far posto dentro di sé a tutti i principi del logos, se è vero che è aperto e ospitale con tutto. Lo chiamano parimenti caos [...], dal quale, come dall'Uno, nascono tutte le altre cose. È concepito anche come Indistinzione, Mescolanza, Oscurità e Tenebra, perché privo dell'articolazione e della distinzione proprie di tutto ciò che viene dopo di lui» (Teologia aritmetica, 5).
Poco oltre continua così: «È plausibile anche il nome Proteo con cui i Pitagorici chiamano l'Uno, perché quello era in Egitto l'eroe capace di assumere ogni forma e di contenere quindi le proprietà di ogni cosa, così come l'Uno è fattore di ogni numero» (Teologia Aritmetica, 7). Si può notare che qui Giamblico presenta l'uno come ciò che ospita qualsiasi entità (compresa la materia), e come il sovraformale che come tale è oltre ogni forma distintiva-limitativa, quindi caos indistinto-aformale (senza associare a tale espressione un significato negativo e riduttivo, che sarebbe fuori luogo). torna al testo ^

25- Giamblico avverte che «folte e irsute sterpaglie crescono intorno alla mente e al cuore di quanti si sono avvicinati alle scienze con animo impuro: esse oscurano la parte buona dell'anima [...] impedendo all'intelligenza di espandersi ed esplicarsi in piena libertà [...] tali brutture sono l'intemperanza e la cupidigia [...]». Spiega inoltre che è inutile e controproducente comunicare certi contenuti spirituali ai profani impreparati, i quali «non hanno purificato la loro anima» e perciò li storpierebbero, non avendo alcuna qualificazione per intenderli. Occorre una lunga disciplina «per cancellare le impurità impresse nell'anima»: solo a seguito di ciò, si diventa «idonei ad accogliere le dottrine» (La vita pitagorica, XVII). torna al testo ^

26- Platone, che per l'essenziale segue le dottrine pitagoriche, nel Protagora (e nel Gorgia) allude a tale stazione spirituale giovandosi di espressioni tipicamente pitagoriche, risultate oscure agli eruditi, per i soliti motivi facilmente intuibili (cioè per via dell'incomprensione della "Matematica" pitagorica). Nella parte finale del Protagora, Platone pone il problema di quale sia la vera scienza, cioè la «Scienza salvifica», e in definitiva la risposta e questa: la salvezza dipende dal «pari» e dal «dispari», dalla «scienza del pari e del dispari», che è anche «arte del Numero», cioè «arte della Misura», poiché essa ci guida verso la realizzazione della Misura armonizzatrice nella nostra interiorità (Protagora 356e-357d). Così facendo, noi imitiamo le Armonie cosmiche che abbiamo contemplato, le quali riuniscono in un Tutto unitario «Cielo, Terra, dei, uomini [...] e per tale ragione, amico mio, questo tutto è chiamato cosmo, e non acosmia». Ricorderemo di sfuggita che anche la "geometria" ha una portata propriamente spirituale, poiché il suo compito più alto è' quello di orientare lo sguardo verso la contemplazione degli equilibri cosmici risultanti dai contrari, educando alla loro imitazione realizzativa, evitando la "prepotenza" disarmonica (v. Gorgia 508a-b). Proprio per questo il motto dell'Accademia platonica era di derivazione pitagorica: chi non è "geometra" non entri. torna al testo ^

27- Osserveremo di sfuggita che la "proliferazione dei Numeri" corrisponde qui ai processi della Manifestazione cosmica, che poggia sui primi numeri "dispari" e "pari", come si è visto; essa comporta perciò un graduale "allontanamento" dall'Uno principiale verso la molteplicità e la dispersione. Al contrario, il sentiero realizzativo implica un percorso a ritroso, cioè il ritorno alla "semplicità" dell'Uno, vale a dire il superamento ed il riassorbimento della molteplicità e delle "contrarietà" che caratterizzano il mondo manifesto. torna al testo ^

 

Paolo Scroccaro

 

 

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Articolo inserito in data: venerdì, 2 ottobre, 1999.

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