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Uomo, Natura e Cultura

Dalla Natura Dea alla natura oggetto

di Giuseppe Gorlani

 

Secondo la chiave di lettura della Tradizione orientale, oggi ignorata o avversata dai più, l'inizio della Storia coincide con il principiare del Kali-yuga e segna un ulteriore declino nello stato coscienziale dell'uomo1. Questi, passando da una certa prossimità all'Unità, caratterizzante il Dvapara-yuga, ad una maggior identificazione nella dualità o, in termini antropologici, dalla condizione di raccoglitore a quella di agricoltore2, precipita viepiù nella prigione del tempo e vota se stesso all'angoscia, alla fatica ed al dolore esistenziali. Quella che noi tanto pomposamente chiamiamo "civiltà" si fonda su un progressivo estraniamento dell'uomo dalla Natura, la quale non viene più percepita nel suo aspetto di madre benefica e provvida, né, per dirla con Goethe, di "veste vivente della divinità", né, tantomeno, di polarità da reintegrare in sé, ma come nemica da cui difendersi ed oggetto da sfruttare e controllare. Tale infausta reificazione è già chiaramente anticipata e sancita nel Genesi (9, 2):

«Et terror vester ac tremor sit super cuncta animalia terrae et super omnes volucres caeli cum universis, quae moventur super terram; omnes pisces maris manui vestrae traditi sunt»3.

Stando a quanto ci narra l'Antico Testamento, la caduta dallo stato di compiutezza originario avvenne nel modo che segue: Dio estrasse la donna dalla costola di Adamo, l'Uomo totale, fatto a sua immagine; la Coppia così originatasi, contravvenendo al volere divino, si lasciò convincere dal serpente tentatore a gustare il frutto proibito dell'albero della scienza del bene e del male; in conseguenza di tale disobbedienza essa venne espulsa dall'Eden e condannata a generare progenie innumeri nell'ignoranza e nella paura. Se si toglie Dio, il racconto biblico sembra la versione metaforica della cosmogonia Samkhya, di Kapila, almeno per quanto riguarda i primi due principi o tattva: Purusha e Prakriti, dai quali derivano gli altri ventitré tattva, la molteplicità.

Il percorso di allontanamento dallo stato primordiale -dagli evoluzionisti detto "progresso"- viene riassunto eloquentemente da Giambattista Vico nella sua Scienza Nuova:

«L'ordine delle cose umane procedette: che prima furon le selve, dopo i tuguri, quindi i villaggi, appresso le città, finalmente le accademie»4.

In sintonia con questo pensiero -che sostanzialmente è quello dell'Occidente moderno-, lo storico ottocentesco francese Julies Michelet sostiene che il cammino di liberazione dalla coercizione (o fatalità o necessità) della Natura parte dall'India, dove l'uomo è stolidamente «chino, prostrato sotto l'onnipotenza della natura», passa attraverso la Persia zoroastriana, progredisce nel monoteismo giudaico, s'immerge in riflessione profonda nella cultura greco-romana -terreno fecondo a idee quali "democrazia" e "repubblica"-, matura nel Cristianesimo medioevale, caratterizzato dallo «spirito dominante sulla forza»-, e finalmente approda all'Età moderna, in cui «l'antica impresa dell'affrancamento iniziata con la profanazione dell'albero della scienza» fruttifica in esaltanti anticipazioni del «trionfo progressivo dell'io». Michelet, rivolgendosi ai mistici che si disidentificano dal "mondo", esclama:

«Lavoratori pigri e impazienti, che vi sedete e reclamate la paga prima di sera, chiedete il cielo, ma che cosa ne avete fatto della terra che Dio vi ha affidato? Per domare la materia, basta infrangere delle immagini, digiunare, fuggire nel deserto? Dovete lottare e non fuggire, guardarla in faccia la natura nemica, conoscerla, soggiogarla con l'arte, usarla per disprezzarla»5.

Nel dilagare, apparentemente inarrestabile, del dedalo evoluzionistico la Tradizione, in senso eminente, si pone dunque quale filo d'Arianna collegante l'uomo con le Origini -altrimenti dette Età dell'Oro, Satya-yuga, Età di Crono o Saturno- o, sub specie interioritatis, con il proprio vero "Io", l'Atman-Sé occultato dal sedimentarsi caotico di follie, distorsioni, bugie, ipocrisia caratterizzanti il miraggio dell'"Evoluzione" o della "Storia". La Conoscenza pura, cui la Philosophia perennis indirizza, non viene insegnata nelle "accademie" (forse lo fu soltanto in quelle platoniche e neoplatoniche); essa è Conoscenza per Identità, mai nata, mai morta, e non va confusa con l'erudizione o con le scienze inerenti gli aspetti densi e sottili della Manifestazione. Vidya, o Gnosis, o Sophía, trascende il dominio del tempo, pur comprendendolo, e sta immobile, imperscrutabile, sempre una con se stessa (non duale), nel divenire storico. Per l'uomo storico, risvegliarsi ad essa significa necessariamente passare attraverso una trasformazione radicale della coscienza (metánoia). Il trionfo dell'io empirico auspicato dal Michelet non corrisponde pertanto al fine che la metafisica realizzativa addita6.
Il maestro advaitin Raphael, commentando la Mandukyakarika di Gaudapada, nota:

«L'ente non è solo "individualità", questa ne è un'appendice, un prolungamento, una modalità; diremo che è solo un accidente della totale possibilità dell'ente, la cui natura coincide con l'Essere».

Egli inoltre, riguardo all'evoluzionismo, aggiunge:
«La più grande tragedia che possa capitare ad un vivente è quella -seguendo la concezione di alcune dottrine evoluzionistiche- di essere creato da un Ente supremo, per il semplice motivo di evolversi all'infinito [...] Quando il problema evolutivo lo si pone in termini di un "sempre più", di "carriera gerarchica o spirituale", nella coscienza dell'ente non può non scatenarsi un grande travaglio, una tensione e persino uno spirito di competizione. [...] Un dato comune agli evoluzionisti -ma ciò è una conseguenza inevitabile- è di considerare l'"esperienza" un basilare e indispensabile fattore di evoluzione, di avanzamento, di progresso. L'esperienza, essendo un procedimento di ordine empirico e dualistico, non può portare all'Essere, al Non-Agente, al Motore immobile»7.

Essendo la chiave di volta delle nostre riflessioni il termine "natura", va subito chiarito che esso include molteplici significati: è la relatività imprigionante o la maculazione drammaticamente sovrapposta alla Realtà ultima; è il mondo fenomenico che l'uomo studia contempla o tenta di modificare; è la "dimora" o "luogo del sacrificio" (vastu) custodito da Rudra-Shiva; è la Presenza-Essenza pura, non contaminata da alcun artificio, eternamente "vergine" e coincidente con l'Essere; è l'energia che manifesta il rutilante fluire dei nomi e delle forme; è la phisis dei primi filosofi greci; sotto l'aspetto tantrico, è la medicina o principio salvifico nascosto nel veleno; per dirla con Daniélou, è «la concretizzazione, il simbolo di una realtà più elevata»8; e ancora è l'ornatus mundi onnicomprensivo, capace di trasformare in armonia persino l'umana artificiosità adharmica, alla quale s'attagliano perfettamente i seguenti versi di J. Prevert:

«Répétons-le Messieurs / Quand on le laisse seul / Le monde mental / Ment / Monumentalement»9.

Personalmente, fondandomi sull'uso che nella Tradizione Hindu si fa dell'aggettivo "naturale", riferito -come spiegheremo meglio in seguito- al più completo stato di realizzazione accessibile all'essere umano, il sahaja-nirvikalpa-samadhi, attribuisco al lemma in questione una valenza eminentemente positiva. "Naturale" è sentirsi attratti dall'autentico e ripudiare l'artificioso, o tendere al Vero e al Buono; "naturale" è allontanarsi dalle città inquinate, ed evitare compagnie superficiali; "naturale", quando si sia assediati dalla confusione e dall'ignoranza, è tornare ad attingere all'Essere, alla "Sfera perfetta", qui ed ora. Se la Conoscenza non emergesse spontaneamente e naturalmente in noi, ciò potrebbe voler dire solo che siamo malati gravi.

«La virtù ci perfeziona disponendoci a seguire rettamente l'inclinazione naturale», scrive S. Tommaso nella Summa theologiae (II-II, 108, 2)10.

In India la Natura-Prakriti-Shakti è intesa per lo più come la potenza, volontà o energia manifestativa senza la quale la vita, sia a livello fisico che sottile o causale, non sarebbe. Essa irradia da Ishvara, il Signore di Maya, la più alta personificazione dell'Assoluto immanifesto, senza attributi (nir-guna), e pervade e sostiene l'Universo.
Nella Sattvata Samhita leggiamo infatti:

«Fondandosi sul loto solare, risiede qui la parola suprema, la Bhramari, la potenza generatrice di tutti i mantra, la quale appartiene al Signore, che è quiescente (shanta). Essa fa risuonare il nada che è chiamato Shabdabrahman»11;

e ancora: «Nello spazio vuoto (gagana) oltre questo suono (nada) risiede il Dio, insieme al serpente Shesha. Egli è il trascendente e la Sua natura è pura coscienza (samvid), ma per compassione nei confronti dei Suoi devoti, Egli, l'immanifesto, si manifesta con una forma incomparabile, dilettando l'universo con la Sua bellezza somigliante a decine di migliaia di lune piene»12.

È interessante notare come, da siffatto punto di vista, riflettente l'humus ancestrale della Terra dei Bharata, la Manifestazione sgorghi dalla gioia, non dal dolore e si fondi sulla bellezza, non sulla volontà di un dio incollerito o, peggio ancora, di un nulla raccapricciante. Alcune correnti Shakta affermano, inoltre, che Parameshvari, la suprema Dea, coincide con il Brahman sia nirguna (non qualificato) che saguna (qualificato) o, in termini scolastici, con la Natura naturans e la Natura naturata, e cioè con la Realtà ultima; dopotutto il cambiamento o movimento infiniti non corrispondono all'immobilità assoluta? Si pensi all'aristotelico "Motore immobile". In generale, sin dai tempi più antichi si è creduto, in Occidente e in Oriente, che senza la grazia della Shakti l'accesso alla Conoscenza rimanga sbarrato. In alchimia, la morte iniziatica equivale ad un regressus ad uterum: dalla Madre viene quel che noi crediamo d'essere ed a lei ritorna; l'immersione nel buio-silenzio è un passaggio indispensabile per il mystes che agogna sublimare la materia densa, oggettivata, in coscienza (cit).

Secondo la sensibilità tantrica, la Maya non è necessariamente la forza obnubilante da rigettare, ma piuttosto il mistero del Gioco-Sogno Divino (Lila) da penetrare, amare ed introvertire. Lo stesso Adi Shankaracharya, pur attribuendo al potere mirifico della Maya la causa dell'ignoranza metafisica (avidya), non la considerava né il "male" né il "nulla" e sosteneva che essa non fosse "le corna di una lepre"; come avrebbe potuto, diversamente, dedicarle alcuni inni stupendi?

Se si accetta la dottrina che concepisce la Natura-Shakti come la volontà o potenza manifestatrice del Supremo, allora questa è, in realtà, il Supremo stesso. Plotino, nelle Enneadi, utilizzando lo strumento impersonale del logos, ci conferma tale identità:

«Non si può pensare un bene che sia privo della volontà di essere, per se stesso, ciò che è: Egli è perciò concorde con se stesso, in quanto vuole essere quello che è ed è quello che vuole, e la sua volontà e il suo essere sono una cosa sola [...] Che cosa infatti avrebbe voluto essere se non ciò che è? [...] Se dunque il Bene esiste ed esistono con Lui la scelta e la volontà (ché, senza di queste, non potrebbe esistere), e se è necessario che Egli non sia molteplicità, dobbiamo ridurre ad unità la volontà e l'essenza»13.

Alla luce di simili riflessioni le correnti Shakta, poc'anzi citate, acquistano fondatezza e rigore e non vanno semplicisticamente liquidate come residui tellurici di dottrine prearie.

L'uomo originario, identico al Tutto, assimilabile all'"indigeno" nel suo significato etimologico ("colui che genera dentro"), è un'epifania divina che riassume e lo spirito ricettivo della Terra (Prakriti), e l'intelligenza cosmica, fecondatrice, cosciente di Sé (Purusha). L'uomo moderno, invece, travisando e profanando l'Insegnamento liberatore, si comporta come se fosse la sua ragione dicotomica, liberata dalla necessità della Natura, a stare fuori da questa; egli è quindi un esiliato alla perenne ricerca di una pienezza che presente dover esistere da qualche parte, ma che non riesce più a trovare. Il suo rapporto con la phisis è duplice: da un lato egli spietatamente la manipola, la disseziona, la controlla o presume di controllarla nel tentativo di estorcerle il segreto del "moto perpetuo", e di sostituirsi a Dio; dall'altro, sentendo oscuramente di appartenerle, crede che per riconciliarsela sia sufficiente avvicinarsi ad essa da turista, armato di macchina fotografica, di registratori digitali e di ogni altro ammennicolo tecnologico capace di garantirgli agio e sicurezza. Con il solo intento di gratificare il turista vengono conservati alcuni sparuti gruppi di indigeni e alcune aree selvatiche, nelle quali però si può passare, fotografare e fingere di godere, non vivere»14.

«L'uomo che è giunto dall'Europa -dice Gerald Wilkinson, un Cherokee- [...] sta ancora ricercando il significato dell'America. Non lo ha trovato. Non lo troverà. In questa terra sarà sempre uno straniero»15.

L'atroce verità è che la maggior parte degli occidentali è ormai straniera sulla propria terra, persino gli ecologisti che dichiarano di volerla salvare. Sulla pochezza di questi ultimi Wilkinson aggiunge:

«Il movimento ecologico non ha alcun fondamento spirituale. Beh, come fa qualcuno che non ha alcun rapporto spirituale con la terra a salvare la terra? Non possono veramente amare la terra. Anche se parlano di salvare questo o quello, di salvare il Grand Canyon ad esempio, di fatto non sanno perché il Grand Canyon debba essere salvato. E questo è estremamente sconcertante. È tutta retorica. È una sorta di astrazione intellettuale rispetto alla terra, non è un partecipare in modo viscerale alla terra»16.

Va precisato che l'"indigeno" al quale qui ci si riferisce non esprime lo "stato di natura" propugnato dalle dottrine giusnaturaliste, prive di Gnosis, bensì adombra l'archetipo o manifestazione divina (Manu, Purusha, Adam Kadmon, Anthropos teleios, Rebis, ecc.) che la prospettiva tradizionale pone ad origine ed essenza dell'uomo bipolare:

«Il Purusha è tutto questo (universo), ciò che fu e ciò che sarà [...] gli Dei distesero [apprestarono] il sacrificio [...] Il brahmana fu la sua bocca, le braccia divennero rajanya [il guerriero], le sue cosce il vaishya, dai piedi nacque il shudra»17.

Considerare blasfemo e patetico l'anelito a riallacciarsi all'Età dell'Oro equivale a rinnegare il "Mito delle Origini" e quindi a disconoscere il Centro, ovverosia la dimensione metafisica. Per inciso, si rammenta che mentre il mito ed il simbolo partecipano in grado maggiore o minore alla Realtà, la verità storica ed il sapere accidentale se ne discostano, ignorandola, e pretendendo assurdamente di detenerne le uniche chiavi di lettura possibili. Nella visione tradizionale, la dimensione metafisica è la Radice, la Fonte atemporale alla quale non si può non attingere se ci si vuole correttamente ri-orientare. Presumere di poter misconoscere il Quarto Stato (Caturtha o Turiya), l'Incondizionato, dal momento che non lo si può né percepire, né pensare, è l'errore madornale che ha portato l'Occidente ad ammalarsi di pragamatismo e relativismo.

Mircea Eliade nota che in tutte le società arcaiche e in particolare nella Tradizione del Sanathana Dharma, tutt'ora viva, «l'essenziale precede l'attuale condizione umana»18; ne consegue che qualunque vera guarigione implica il regressus ad originem. L'Uomo Originario, il Manu (da man, pensare), che per questo Manvantara è Vaivasvata, «colui che è nato dal Sole», emanazione diretta del Principio creatore, non sta dunque solo agli inizi del tempo come Primo Uomo, ma pure è presente in ciascun uomo in quanto sua più intima essenza, laddove esterno ed interno coincidono. Il grande storico delle religioni osserva, inoltre, che a questa verità tradizionale il mondo occidentale ha portato l'innovazione dello "storicismo", caratterizzato da una traiettoria temporale lineare, sviluppantesi dal meno al più. L'imprescindibilità del ritorno all'Origine viene espressa in versi mirabili dal medico ermetico e poeta Henry Vaughan:

«Certuni amano spingersi avanti, // Ma io mi vorrei muovere a ritroso, // E quando questa polvere cadrà dentro l'urna // Tornare a quello stato da cui venni»19.

A mio avviso, non è volgendosi al nuovo o al vecchio che si può porre rimedio al disagio che affligge il mondo, bensì attingendo ante omnia al Vero in Sé20, e poi alle forze primarie che nel manifestato relativamente perdurano: l'acqua, la terra, il fuoco, l'aria, l'etere, il soffio vitale o prana: dita puntate sull'Ineffabile.

«Il lampione elettrico può essere in effetti ignorato -ammonisce Tolkien, il tessitore di canti-, per la semplice ragione che è così insignificante e transitorio. E comunque, è certo che le fiabe hanno molte cose più permanenti e fondamentali di cui parlare. Il lampo, per esempio»21.

Chuang Tzu, il quale non si interessava a formule o definizioni, ma al contatto diretto con la Realtà, mette in crisi la nostra ragione dicotomica, abilissima nell'elaborare astute pretese d'onnipotenza, offrendoci cibo sublime:

«L'uomo saggio, quindi, quando deve governare, sa come non fare nulla. Lasciando le cose come stanno, egli conserva la sua natura originale. [...] Chi si ama abbastanza da permettere a se stesso di restare nella propria verità originaria [...] resti immobile, non veda e non senta. Stia seduto come un cadavere, con il potere del drago ben vivo intorno a lui. Nel più totale silenzio, la sua voce sarà come il tuono»22.

Significativo è il fatto che nel passaggio dalla Preistoria alla Storia siano nate le religioni, la cui funzione è sempre stata quella di dirigere, reintegrare o molcere la vita spirituale della stragrande maggioranza degli esseri umani, ormai incapaci di "esperire" l'unione con la Realtà, e di legittimarne spesso l'attitudine predatoria. Si sa che la colonizzazione del Nuovo Mondo è stata realizzata non solo con la forza delle armi e con l'uso sistematico della falsità, ma anche con il crocefisso e con la penna (alfabetizzazione forzata); a conferma di ciò basti l'esempio di capo Seattle, il quale, sebbene si fosse convertito al Cristianesimo tra il 1830 e il 1840, nel suo celebre discorso del 1853 disse, dimostrando di essere rimasto nell'intimo un vero pagano-indigeno:

«La vostra religione venne scritta su lastre di pietra dal dito di ferro di un Dio irato, affinché non poteste dimenticarvene. L'uomo rosso non è mai riuscito né a ricordarla né a comprenderla»23.

Circa la legittimazione delle peggiori istanze predatorie presenti nell'uomo, sembra -e ci spiace dirlo- che Giovanni Paolo II abbia deciso di darcene una dimostrazione aggiornata proclamando:

«La carità fraterna si esprime anche attraverso la scelta di donare i propri organi».

Egli dapprima afferma che l'espianto degli organi deve avvenire su una persona sicuramente morta, e poi, paradossalmente, aggiunge di accettare per l'accertamento della morte il criterio neurologico e cioè i segni encefalici, ignorando le numerose e autorevoli voci che in ambito scientifico, culturale e religioso ritengono una follia definire "morto" un individuo in cui il cuore batta, il sangue circoli e il respiro fluisca»24. Secondo Oscar Salvatierra, presidente della "Società internazionale dei trapianti", col suo intervento il Papa

«darà un impulso fondamentale al progresso dei trapianti e alla donazione degli organi. È il più grande incoraggiamento mai fatto da capi di Stato o da istituzioni governative» (Giornale di Brescia, 30 agosto 2000).

E ciò, agli occhi del Leviatano, è quel che conta! Non si riesce tuttavia a comprendere come l'incitamento a donare gli organi vitali -manifesta violazione delle più elementari leggi etiche e spirituali, dato che implica un'uccisione- possa accordarsi con quanto il Papa afferma nell'omelia della Messa solenne per il Giubileo della Terra (12.11.2000):

«Se il mondo della tecnica più raffinata non si riconcilia con il linguaggio semplice della natura in un salutare equilibrio, la vita dell'uomo correrà rischi sempre maggiori di cui già ora vediamo avvisaglie preoccupanti».

All'interno o al di sotto o al di sopra delle religioni, la Tradizione sapienziale, utilizzando il linguaggio e la cultura quali strumenti propedeutici alla Liberazione, non di oppressione o giustificazione della follia diventata "norma", ha sempre ribadito la costituzione ternaria dell'uomo, composto di corpo, anima e spirito, e la sua essenziale unità con la Realtà. Essa è valsa, e tutt'ora vale -benché sembri sparita- quale faro nelle tenebre. La sua Luce, trapelando attraverso i veli degli essoterismi, delle filosofie e delle scienze, continua ad irrompere e ad affiorare nelle latebre dei cuori predestinati, al fine di orientare verso la Fonte atemporale. Nella letteratura Pañcaratra "la caduta dalla Conoscenza" (jñanabhramsha) nella quale incorsero i manava-manava, lontane progenie dei Manu, corrisponde in qualche modo alla caduta biblica: Vidya, la Conoscenza, divenuta con alcune parti di sé una mucca-nuvola offre il proprio latte-pioggia-tempo agli uomini, i quali, nutrendosene, degenerano ad una conoscenza limitata, oscurata, contratta.

F. Otto Schrader commenta:

«Thus religion becomes necessary, and the "Manu-s of old" start the Sastra by following wich the soul may regain its natural purity»25.

Oggi sembra dominare incontrastata una concezione monca della persona, ridotta ad istinti-emozioni ed attività cerebrale, compressi e deviati entro spazi impropri. Tale veduta, conseguenza logica della reificazione della Natura-Donna-Sophia e dell'abbandono della sapienza atemporale, attribuisce all'anima nel suo aspetto superiore, capace di intuire la coincidenza degli opposti, e allo spirito, inteso come scintilla di Intelligenza-Coscienza universale o Lumen intellectus, il valore di fantasie superflue. L'uomo, espropriato del suo Centro e ridotto ad un fenomeno inscritto in una dimensione biologica disanimata, diventa merce, carne da macello e oggetto di crudeli sperimentazioni.

Nel libro "Risorse e tecnologie"26, in uso nella prima media, si insegna:

«Ora dovete pensare che la Terra è simile alla vostra astronave [...] Il nostro pianeta è però un astronave che comincia ad essere piuttosto affollata [...] Come vedete, la nostra astronave Terra è molto ricca e, lo sappiamo, è anche molto bella, ma...».

Paragonare la Terra ad un'astronave non è una scelta casuale; il plagio scientifista inizia instillando nella mente dei bambini e dei giovani l'idea assurda che la Natura sia una macchina, un oggetto da tenere bene soltanto al fine di utilizzarlo il più a lungo e meglio possibile. La concezione artatamente utilitaristica della natura è altresì il limite dell'ecologismo di tipo scientifico. Viene da chiedersi: erano più barbari e superstiziosi gli Antichi che veneravano la Terra come una Dea, o il primato spetta ai moderni che la considerano una macchina? E ovviamente se la Terra è una macchina, pure l'uomo lo è.

Il risultato di tale miope veduta, la quale si ammanta di termini altisonanti quali "progresso", "sviluppo" o "giustizia sociale", si palesa in tutta la sua drammaticità soltanto a quelli che hanno saputo conservare una solida autonomia di giudizio, sottraendosi al plagio perpetrato dai mass media. Agli occhi annebbiati ed indifferenti degli affiliati alla religione del dio Macchina, invece, la pletora di disgrazie che ci accerchia appare irrilevante. Secondo questi ultimi, l'inquinamento, gli esperimenti genetici, gli espianti ed i trapianti di organi vitali a cuor battente e sangue circolante, le guerre, i genocidi, la fame, la deforestazione con conseguenti alterazioni climatiche, la sterilizzazione e il monopolio dei semi, la disgregazione familiare, il nichilismo e l'alienazione sono mali trascurabili che la Macchina saprà risolvere superando tutti i limiti naturali. La folle religiosità degenerata testé esemplificata non stupisce se si considera che, qualora all'uomo si tolgano le facoltà di apprezzare l'"inutile" bellezza della Natura, o di filosofare, o di coltivare la solidarietà con tutte le forme di vita, l'arte e l'ethos, egli rovina al rango di un miserabile automatismo, privo di qualsiasi dignità e votato inevitabilmente al suicidio.

Riguardo al terzo vocabolo che titola il presente studio, "cultura", notiamo che esso deriva da colere, coltivare, e gli si possono assegnare due valenze opposte: la prima indica l'insieme di cognizioni mentali, tecniche o architetture del pensiero elaborate dall'uomo per giustificare a se stesso il presumere di potersi considerare avulso dalla Natura vergine; la seconda rimanda ad un superamento della dimensione prettamente razionale ed è fomite alla reintegrazione dell'uomo nella sua completezza pre-edenica. La prima, stimolando l'operosità cieca, rende tutti schiavi, ed è quella adottata dal mondo moderno; la seconda indirizza verso l'abbellire, il venerare, il prendersi cura della Terra, di sé e degli altri, e libera27. Nel linguaggio del mythos, le arti-Muse, in quanto figlie di Zeus e Mnemosine, fungono da suscitatrici del ri-cordo dello stato ontologico, soggiacente la frammentazione fenomenica. Solo nel significato mnestico indicato dal mito la cultura suscita interesse nell'eroe dedito alla realizzazione del Vero in sé. A quelli che cercano la Conoscenza nei libri, persino nei quattro Veda eterni, Çivavakkiyar, uno tra i maggiori poeti-Siddha dell'India tamilica, proclama:

«Voi non conoscete i vostri stessi cuori! / Là dovete cercare la luce della conoscenza!»28

«L'idea di bellezza -scrive lo studioso di estetica Stefano Zecchi- ha sempre posseduto una funzione propositiva, costruttiva, utopica, mai nichilista, decostruttiva, dissolutiva. Questa idea è rappresentata nella storia attraverso uno stile»29.

Per parte mia, ritengo che lo stile contemporaneo maggiormente diffuso sia quello di un lavorio perenne, acefalo, finalizzato ad una impossibile crescita esponenziale della produttività e condannante la comunità umana all'autodistruzione.

È penoso constatare come l'Italia -culla, insieme alla Grecia, della cultura europea- stia rinunciando alla propria preziosa tradizione artistica e spirituale, arrendendosi al pervasivo diffondersi della sub-cultura mondialista di matrice anglo-americana. Nel nostro Paese le riforme scolastiche ne danno un'ampia testimonianza: in questi ultimi trent'anni, il livello qualitativo dell'istruzione si è abbassato vertiginosamente e gli studi umanistici, contraddicendo la peggiore retorica egualitaria, si stanno viepiù restringendo ad una élite di cultori.

Elémire Zolla ci rammenta, nel suo libro Aure, che nel Sette e nell'Ottocento

«i giovani signori del Nord fuggendo le loro terre desolate da cupi Riformatori, dal Senso Comune poi e infine sconciate dalle manifatture» venivano in Italia ad attingere ispirazione: «Caylus scriveva ad un giovane prix de Rome: andrai in Italia dove avrai cura di raggranellare visioni di bellezza»30.

L'"aura" è una sorta di effusione sottile, più o meno intensa, che avvolge le cose, le persone, le città, le opere d'arte e certi luoghi, dove le forze ctonie e le forze celesti si maritano. L'Italia, sino a non molti decenni fa, era ricca di aure promananti soprattutto dall'architettura, dalla sagacia dei suoi abitanti, dai paesaggi e dai suoi numerosi centri sacrali. Al presente, tuttavia, la bellezza dell'Italia si è estremamente ridotta: fili dell'alta tensione, strade e ferrovie la percorrono in lungo e in largo; cave e miniere ne deturpano i fianchi boscosi; periferie di città espanse come cancri in metastasi la avvolgono in un sudario mortifero, profanando con il loro vano sfavillio la sacralità di Nyx, la Notte; capannoni, fabbriche, villaggi turistici e le mille altre opere dell'homo œconomicus ne ricoprono il corpo materno con una fitta trama di pustole disgustose. Alla poca bellezza rimasta andrebbe quindi riconosciuto, quantomeno, un valore inestimabile da preservare con cura31. Malauguratamente sta accadendo il contrario: tutto è pretesto di distruzione, persino gli interventi di natura cosiddetta "umanitaria" in aiuto dei terremotati, e sulle poche zone conservanti un po' di autentica bellezza, anche su quelle più marginali e dimenticate, sta dilagando l'ombra della mano dell'Oscuro Signore, il cui fine ultimo è il controllo globale del pianeta.

Oggi alcune parole sono diventate tabù: Divinità o Bellezza o Natura con la maiuscola, per esempio; chi osa usarle pubblicamente, viene guardato dai fantasmi che non sanno d'esserlo come un fantasma e deriso. Per gli obnubilati dominatori della scena politica, economica e religiosa odierna, prima viene lo "sviluppo" persino "ecocompatibile" e poi tutto il resto. La vaghezza del paesaggio, però, non è un'idea sterile, inutile e morta, a noi estranea; essa, oltre a favorire l'insorgere dello stato contemplativo e poetico, produce salute, abbondanza, equilibrio e nobiltà d'animo. I profili delle colline, il vellutato manto arboreo che le ricopre, i corpi scuri delle montagne alla luce delle stelle, il variare dei colori e delle stagioni, la luminosità del cielo, le sagome celesti dei grandi alberi solitari, l'armonia perfetta tra alcune opere dell'uomo e la natura circostante, i laghi, i fiumi con i loro ponti di pietra sono entità viventi nelle quali percepiamo i sentimenti, i pensieri, i sogni, le gioie e le tribolazioni dei nostri antenati e diviniamo le visioni delle generazioni future. Attraverso la contemplazione conscia o inconscia del paesaggio noi ci unifichiamo con le nostre radici, e lanciamo il nostro sguardo nel futuro, ricollegando ogni istante del fluire esistenziale ad una sorta di eterno presente, centro solare interiore che induce a vivere con virile dignità e pace. Distruggere la magnificenza della terra e, in particolare, degli ormai rari luoghi poco o punto alterati dallo pseudo-stile moderno è dunque un errore grave, da evitare assolutamente.

Lo studioso Vittorio Fincati risponde affermativamente all'interrogativo che il pagano si pone circa un'eventuale sopravvivenza dello spirito antico:

«Possiamo ancora essere padroni in casa nostra: la casa, nonostante gli oltraggi dell'uomo e del tempo, è ancora al suo posto. Ecco, questo è l'errore fondamentale: aver sempre guardato all'uomo, mentre lo spirito delle origini dovrebbe farci ricordare che il nostro massimo fulgore l'abbiamo avuto quando anziché all'uomo si guardava alla natura e a tutto il corteggio parlante e silente di essa. Dobbiamo infatti considerare che il paesaggio, buona parte del mondo animale e soprattutto il mondo vegetale sono, tutto sommato, gli stessi che videro fiorire, quattromila e più anni addietro, la nostra civiltà occidentale. Sono sempre uguali a se stessi, nel volgere dei secoli, i profili montani di tante località celebrate dal mito e dalla storia; le rupi, le scogliere e i promontori partecipi di tanti accadimenti; le caverne, i recessi, le forre umide, i pascoli, gli spazi aridi, il vasto mare, il cielo, i venti, il sole e la luna e tutti quei luoghi che l'occhio umano non riesce ancora ad usurare»32.

Condivido quanto Fincati dice, purché si chiarisca che la "Natura" alla quale si deve guardare è emanazione e stigma di quella Coscienza che nell'uomo reale, uno col Tutto, emerge consapevole di sé; non apprezzo però il termine "padroni" -al quale mi sembra più appropriato sostituire "custodi"- e non riesco ad essere altrettanto ottimista riguardo alla buona conservazione della nostra "dimora", consegnata da Rudra Vastoshpati -momentaneamente e per gioco o per suo imperscrutabile disegno, oso supporre- nelle mani distruttrici di Kali. La campagna dove sono cresciuto, un tempo disseminata di platani annosi e querce e incastonata da stagni con pesci, rane, salamandre, farfalle e libellule e da fossi in cui i bambini potevano tranquillamente tuffarsi, è ora un deserto di terra arata segnata da case e capannoni di cemento armato con allevamenti industriali di polli e maiali. E alcune colline, sovrastate dai cieli più azzurri del mondo, nelle quali i miei occhi e quelli di tanti uomini prima di me si erano amorevolmente e a lungo fissati, sono sparite divorate da cave per la produzione di ghiaia e cemento. E il ponte medievale sul fiume Chiese, dove a dieci anni andavo a pescare e a nuotare, è sopravvissuto come uno scheletro dolente, malamente restaurato, sullo sfondo di un paesaggio snaturato: i boschetti vetusti che abbellivano il luogo sono stati abbattutti e le acque del nume-fiume, sino a pochi decenni orsono azzurre e pescose, adesso gorgogliano inquinate e fetide tra desolate sponde artificiali. Qualcuno dovrà prima o poi pagare per questi crimini, ne sono certo. In caso contrario vorrebbe dire -e ciò è palesemente assurdo- che il miasma della menzogna, infimo micron di polvere sulle rive dell'eternità, avrebbe irrimediabilmente soffocato il rullante battito del damaru33 di Shiva Nataraja, il dio dell'ebbrezza sovrarazionale (ananda) che incendia i tramonti, alita nelle nubi e guida i passi dei natha (i protettori, i signori, i maestri) fuori dai sentieri, oltre le cime dei monti.

Eppure vi furono giorni, nemmeno troppo lontani, in cui tagliare senza reale necessità un albero veniva reputato un "sacrilegio verde" ed era communis opinio tra i maestri giardinieri italiani che si potesse "sentir" crescere le piante e che le si potesse addirittura amare. Malgrado le equivoche parole del Genesi citate all'inizio di questo scritto, nel Cristianesimo più nobile si instillava nei giovani un sentimento di affetto per la natura; ancora durante la mia adolescenza, gli animali venivano trattati con rispetto poiché li si considerava i nostri fratelli minori. Si hanno testimonianze di eremiti, monaci o santi che guardavano alla Natura con venerazione; Fra Rinaldo, autore di un Breviario di spiritualità giardiniera, sosteneva:

«Nel giardino non ti sentirai mai solo. Possono abbandonarti gli uomini, ma le piante non ti abbandoneranno mai; possono tradirti gli uomini ma le piante non ti tradiranno mai: sono sempre pronte ad accoglierti a farti festa; sono sempre pronte ad innalzare insieme a te una preghiera al Creatore di ogni cosa»34.

E, nell'ambito dell'alimentazione monastica, veniva spesso consigliata la xerofagia (il "mangiare asciutto"), e cioè l'astinenza da cibi carnei, spezie ed eccitanti, quale «aiuto allo svelamento in sé dello stato originario beato»35.

Nella mitologia Hindu, un epiteto di Ambika, l'antica Dea-Madre, è Shakambhari, colei che genera e nutre il mondo vegetale ed è associata a Shiva, il signore delle piante: il sentimento di gratitudine e devozione per la Natura è universale ed emerge spontaneo dall'Anima mundi che essenzia o abbraccia ogni essere vivente. Nelle nostre scintillanti città ci sono uomini e bambini che sanno a malapena che cosa sia un albero, un cielo stellato, o il levarsi o il tramontare del sole; questi individui-ombre -che si nutrono delle carni avvelenate dal terrore di milioni, miliardi di animali condannati a brevi ed atroci esistenze in campagne desertificate e sterili- non hanno contezza delle cose più preziose e pure che la Madre dona ai suoi figli. Quale disperante spaccatura separa l'attuale lettura adharmica del mondo dall'archetipo, ancora pulsante nel cuore di taluni, del Bello, del Vero e del Bene!

Il filosofo contemporaneo Giovanni Reale, nella sua opera Saggezza antica. Terapia per i mali dell'uomo d'oggi, dopo aver tratteggiato le caratteristiche della "religione della scienza", nota:

«Il prassismo e il tecnologismo costituiscono le manifestazioni più evidenti del malessere attuale, che sembra aver raggiunto il livello di una vera e propria convulsione. In realtà, essi portano all'estremo la trasformazione in senso nichilistico del detto metafisico verum ipsum factum, ossia che è vero ciò che si fa o che si può fare, cioè sono "vere" la prassi e la tecnica, e tutti i valori sono assorbiti nel fare e nel produrre. Di conseguenza, le cose e la natura nel suo insieme rischiano di perdere ogni sacralità, ossia il loro statuto e la loro indipendenza ontologica. Il loro senso viene ridotto, pressoché integralmente, alla loro "adoperabilità" e alla loro "utilità"»36.

La riflessione del Reale si attaglia perfettamente alla situazione delle colline all'interno del Parco Regionale del Monte Subasio, nel quale lo scrivente abita da circa due lustri: questo territorio, noto in tutto il mondo per la sua bellezza e per aver dato i natali a San Francesco, è minacciato -né più né meno di tanti altri- da miniere, elettrodotti, ripetitori telefonici, villaggi turistici, inquinamento acustico e luminoso, ecc. Le cose vanno di gran lunga peggio nelle zone limitrofe: in soli due anni sono state aperte una quindicina di cave in un breve tratto tra Gualdo Tadino e Nocera Umbra, e panorami mirabili, nei quali l'animo si ritemprava, sono stati devastati37. Ormai nemmeno più la vanità di volersi accordare con la retorica spiritualista o moralista giova a frenare l'avidità degli speculatori-torturatori38.
Non riesco dunque a convenire con quanto sostiene John Michell nel suo ottimo studio Lo Spirito della Terra, laddove, dopo aver rilevato giustamente che

«...alla fine dell'Ottocento la miracolosa ricchezza creata dall'industria, dalla scienza e dall'usura, santificata dalla cosmogonia darwinista, aveva innalzato la fede generale nel progresso allo stato di fede religiosa», aggiunge: «Da allora, naturalmente, le idee sono cambiate: la fiducia nel progresso è in declino ed è possibile considerare la civilizzazione come un fenomeno storico piuttosto che come la meta, voluta da Dio, dello sviluppo umano»39.

Invero, l'idea che il "progresso" o lo "sviluppo" più o meno ecosostenibili coincidano con il bene non è affatto in declino: gli uomini ottenebrati di quest'Era oscura presumono che lo scientismo e il tecnologismo, assurti al rango di idoli, riusciranno fra breve a sconfiggere la malattia, la vecchiaia e persino la morte, a bandire la fame dal mondo, e a trasformare la terra in un paradiso à rebours40.

A proposito del termine "sviluppo" -che, quantunque venga sbandierato ai quattro venti alla stregua di una panacea universale, serve a mascherare le peggiori atrocità-, il Reale spiega che cosa si intenda negli Stati Uniti con la locuzione "sviluppare un terreno" (to develop an area):

«Per 'svilupparla' si distrugge radicalmente ogni forma di vegetazione naturale; si ricopre un terreno così liberato con uno strato di cemento; se esiste anche una fascia litorale, la si rinforza con un bell'argine di cemento; i corsi d'acqua vengono sistemati a terrazze o incanalati in apposite tubazioni; si avvelena a fondo tutto quanto con potentissimi anticrittogamici e infine si vende il terreno al miglior offerente»41.

Non si creda che tale barbara concezione di "sviluppo" sia cosa a noi lontana: basta guardarsi intorno, ovunque ci si trovi, per averne un'idea precisa.

Il sociologo e filosofo francese Edgar Morin sia pure in un quadro concettuale e linguistico differente da quello del Reale, ripropone il medesimo disagio e lancia un accorato grido d'allarme:

«Dobbiamo abbandonare i due miti principali dell'Occidente moderno: la conquista della natura-oggetto da parte dell'uomo soggetto dell'universo, il falso infinito verso il quale si lanciano la crescita universale, lo sviluppo, il progresso. Dobbiamo abbandonare le razionalità parziali e chiuse, le razionalizzazioni astratte e deliranti che considerano come irrazionale ogni critica che le tocca. Dobbiamo sbarazzarci del paradigma pseudorazionale dell'Homo sapiens faber, secondo il quale la scienza e la tecnica prendono su di sé e realizzano il compimento dello sviluppo umano. La tragedia dello sviluppo e il sottosvilupuppo dello sviluppo, la corsa sfrenata della tecno-scienza, l'accecamento prodotto dal pensiero parcellare e riduttivo: tutto questo ci ha gettato nell'avventura incontrollata»42.

E con ciò ritorniamo all'incipit: l'uomo è Natura -la quale non ammette una netta distinzione ed opposizione tra sacro e profano, tra santo ed empio, tra yang e yin o tra bene e male-, in connubio (unio mystica o hieròs gámos) con la Coscienza apollinea o Intelligenza noumenica intoccata dal divenire. Nel mondo antico, il confine che separava le qualità antitetiche sopraindicate era estremamente labile; per esempio, nel greco classico la parola hagios vale e per "santo", "sacro", "puro", e per "esecrando", "maledetto"; essa ha in comune la radice con il sostantivo agós che significa "espiazione", "sacrificio espiatorio", "venerazione religiosa", ma anche "peccato", "sacrilegio" o persino "uomo sacrilego, empio, omicida". La stessa ambivalenza si riscontra nell'aggettivo latino sacer. Pure l'aggettivo hierós, che designa ciò che appartiene alla sfera divina, può assumere sia i significati di "forte", "potente", "ammirevole", sia di "orrido", "orribile".

«È interessante notare come queste ambivalenze riguardino soprattutto la sfera del sacro e della morale: in fondo, non è la divinità buona ma anche terribile, non è il bene, a volte, molto vicino al male?»43.

Dioniso -versione occidentale di Shiva, secondo Alain Daniélou- è un esempio perfetto di tale ambivalenza: abbiamo il Dioniso-Zagreus orfico, dio sattvico che ispira la virtù e riconduce i propri devoti allo stato primordiale, e quello repugnante, tamasico, delle menadi omofaghe e antropofaghe. Quanto sopra ci induce a supporre che persino la follia scientista sia inclusa nella Natura-Dea-Shakti, la quale, al momento opportuno, saprà dare ai discendenti di Manu-Adamo la giusta medicina.

È certo che l'uomo ha qualcosa in più rispetto agli altri esseri viventi, altrimenti non li potrebbe nemmeno distruggere; nondimeno la sua autentica "superiorità" va ricercata nella caverna sovrasensibile del cuore (anahata-chakra), dove risiede la Luce-Suono-Coscienza che non scaturisce da alcun sfregamento di cose tra loro, e non nel cervello le cui facoltà, se sollecitate in modo eccessivo, lo trasformano in un Faust-distruttore, disperato e infelice, schiavo delle forze che pretendeva di soggiogare. In ogni caso una simile "superiorità", se rettamente intesa, non ne farà mai il possessore-sfruttatore della terra, ma semmai il custode, inseparabile dal Tao, il quale senza agire (wu-wei) armonizza le "diecimila cose":

«Governare Tutto-sotto-il-cielo per mezzo del Wu-wei, ecco ciò che compì Shun. Come lo compì? Egli assunse un atteggiamento rispettoso sedendosi rivolto a sud, ed ecco tutto»44.

I Pellerossa, gli ultimi indigeni nordamericani vissuti nella pienezza dell'unione con la Natura e spazzati via dalla nascita degli U.S.A., si meravigliavano che qualcuno potesse anche solo pensare di vendere o comperare la terra; essi disprezzavano l'uomo bianco che portava dolore e bruttezza ovunque arrivasse. Il profeta amerindio Smohalla, della tribù Umatilla, al progetto di trasformare il suo popolo in coltivatori, replicava:

«I miei giovani non lavoreranno mai: coloro che lavorano non sanno sognare e la saggezza ci giunge dai sogni. Voi mi chiedete di arare il terreno? Devo prendere un coltello e lacerare il seno di mia madre? Quando sarò morto ella non mi accoglierebbe mai sul suo petto a riposare»45.

Già abbiamo precedentemente accennato al Sahaja-nirvikalpa-samadhi, la forma più alta di samadhi che la Tradizione Hindu riconosca. Sahaja significa "spontaneo, naturale, congenito, innato, non procurato", nirvikalpa, "privo di differenziazioni, immutabile", e il samadhi è uno stato non descrivibile di "unione, immersione, o assorbimento" nella coscienza totale; la locuzione sanscrita indica pertanto il naturale, costante e indifferenziato assorbimento del Sé individuale, Atman, nel Sé supremo, Paramatman46. Tale stato, essendo innato, non può essere ottenuto o ricercato ed emerge spontaneamente quando l'ente, abbandonata ogni elucubrazione, cessa di desiderare d'essere ciò che non è. Quello che gli uomini tanto pomposamente chiamano "mondo, realtà, vita, civiltà" semplicemente non è, o meglio, ha la stessa consistenza di un sogno; i primi popoli antichi caduti nella Storia sapevano di sognare, i moderni no: dormono e credono di esser desti. Abbandonare qualsivoglia argomentazione non equivale però ad immergersi nel "nulla", come molti in Occidente credono.

Giuseppe Ierace scrive in una recente pubblicazione di ierobotanica:

«La sofferenza dell'uomo è determinata da ciò che egli crede di essere. [...] La volontà di vivere è illusione [...] E l'illusione appare quale rimedio. [...] L'incontro col Daimon [...] si incarnerebbe maggiormente in coloro i quali riescono a valorizzare a tal punto l'esperienza estatica dello stordimento da raggiungere la consapevolezza della vacuità ontologica e dell'annientamento quale fine ultimo. [...] morire presto, prestissimo, subito! Ecco il vero rimedio: ciò che fa ritornare al più presto tra le braccia del nulla!»47.

Da queste riflessioni emerge una chiara comprensione del tratto apofatico del "percorso" di reintegrazione nel Reale; non ci sembra tuttavia appropriato l'uso della parola "stordimento" e soprattutto troviamo fuorviante indicare come fine ultimo l'annientamento o il ritorno «tra le braccia del nulla». I Liberati-Risvegliati non sono degli storditi (Ramana Maharshi o Nisargadatta Maharaj davano prova di saper giocare il gioco della Maya con un'armonia e un'intelligenza sconosciute agli abbagliati dall'apparenza), e il "nulla" e il chaos in fin dei conti non sono più di attributi dell'Essere. In un'invocazione pagana alla Dea leggiamo:

«Tu sei la rugiada di tutti gli dèi [...] sei la bellezza e il lampo luminoso del Cielo [...] La tua altezza è uguale a quella di Helios allo zenit, le tue radici sono profonde quanto le radici dell'abisso [...] Ti colgo con la Buona Fortuna, il Buon Genio, nell'ora fausta, nel giorno fausto, nel giorno in cui tutto deve riuscire»48.

L'abisso è dunque colmato e trasceso dalla Presenza e dalla Grazia della Devi.

L'idea errata che la weltanschauung orientale "ortodossa" proponga il "nulla" quale mèta suprema ha indotto Ezra Pound a elogiare, in una sua pagina dedicata a Cavalcanti,

«un mondo di mobili energie» creative «non tocche dalle due malattie, il male ebraico, il male indù" tra le quali si pone "la sanità mediterranea. La sezione aurea [...] "armonia nello stato di coscienza", o armonia del senziente, in cui il pensiero ha la sua demarcazione, la sostanza la propria virtù, in cui degli uomini stupidi non hanno ridotto ogni "energia" ad un'astrazione senza limiti e senza distinzioni»49.

Sarebbe stato più corretto se Pound avesse scritto "il male dell'oriente eterodosso", riferendosi alle interpretazioni improprie delle dottrine del non sé e della vacuità stigmatizzate dai maestri hinduisti e buddhisti; e poi, pure la «sanità mediterranea», riassunta dal motto oraziano «Est modus in rebus», matrice di arte, bellezza e giustizia, sembra che valga solo all'interno di una civiltà che già in sé contiene i presupposti della propria fine.
Non è una fortuita coincidenza che il termine maya abbia per radice ma = misurare:

«La maya non è l'"illusione" bensì il potere che "misura" le cose. Viene detto miyate anena iti maya, ossia: maya è il principio della forma o della finitizzazione»50.

Quando si afferma esplicitamente la "misura" -ci insegna Lao Tzu- si è già perso il senso della misura. E inoltre, tale concetto vale solo all'interno del manifestato e non può essere applicato all'Incondizionato. Dal confondere la verità relativa (samvritisatya, la "verità di avvolgimento") con quella assoluta (paramarthasatya) derivano guai innumerevoli.

Osserva acutamente Raimundo Panikkar:

«La cultura moderna contiene in se stessa il germe della propria autodistruzione. È proprio quel desiderio di assoluto, di infinito che la sorregge, ciò che provocherà la sua inevitabile fine. Quando il desiderio di assoluto non si esprime nella sfera, appunto, dell'assoluto, ma in quella del relativo, del materiale, non può che diventare una specie di cancro autodistruttore, perché ciò che è limitato non può sostenere uno slancio infinito»51.

Certo, la «sanità mediterranea» e il motto oraziano possono essere interpretati anche nel senso di un invito all'equilibrio tra Shiva e Shakti, tra lo yang e lo yin, ma in tal caso coinciderebbero con l'indefinibile armonia orientale, dalla quale Pound sembra volerci preservare, ed esprimerebbero una "qualità" universale, sovrarazionale, trascendente ogni categoria concettuale. Tra le tre scritte che i sette saggi fecero incidere sulla facciata del tempio di Delfi, la seconda -oscurata dallo splendore della prima: gnóthi sautón, «conosci te stesso», ovvero «sappi riconoscere i limiti della tua umana debolezza di fronte alla grandezza degli Dei», e dal mistero della terza: una semplice "E"- andrebbe attentamente considerata; essa è medén ágan: «nulla di troppo». Che cosa può significare quest'ultimo monito se non che bisogna attenersi alla Realtà non duale, alla Natura essenziale, nella quale nulla eccede, nulla manca?

Il samadhi spontaneo e naturale, del quale accennavamo poc'anzi, è infinitamente superiore a qualsiasi saggezza accidentale o, in altre parole, a qualsiasi abbellimento della prigione, e non va confuso con la moda dello spontaneismo relativistico, o culto del caos.

«I deserti ora occupano la maggior parte delle aree dove una volta prosperavano grandi civiltà, ed è storicamente provato che furono proprio queste a distruggere il loro ambiente»,

scrive John Zerzan in un notevole studio intitolato Agricoltura macchina-demone della civilizzazione.

E aggiunge: «[...] per addomesticare piante e animali l'uomo ha dovuto per forza addomesticare se stesso. [...] l'arte, nella sua relazione con l'agricoltura [...] comincia come un mezzo per interpretare e sottomettere la realtà, per razionalizzare la natura e conformarla a quel grande punto di svolta che è l'agricoltura stessa»52.

L'arte in relazione con la Natura è invece sovrabbondanza di gioia e grazia gratuita che si offre alla percezione; probabilmente l'arte più sublime è il profumo aleggiante intorno alla non-esperienza dell'identità. Credo che Plotino si riferisse a quest'arte quando notava:

«Ognuno dunque diventi anzitutto divino e bello, se vuole contemplare Dio e la Bellezza»53.

Lao-tzu non avrebbe mai scritto il Tao-te-ching se Yin Hsi, guardiano del valico di Han-ku, non gli avesse chiesto come pedaggio di compendiare in cinquemila parole il suo sapere indicibile. Chuang-tzu, altro eccelso taoista, paragonava se stesso alla tartaruga che striscia nel fango, indifferente agli agi e agli onori della corte; suo è il seguente aforisma:

«Lo scopo delle parole è l'idea: afferrata l'idea metti da parte le parole. Come troverò io un uomo che metta da parte le parole, a cui indirizzare le mie parole?»54.

E infine, il divino Platone -lo Shankara d'Occidente- riteneva che la scrittura non fosse uno strumento adatto alla trasmissione delle «verità ultimative», e cioè le «dottrine non scritte» assimilabili unicamente dal discepolo qualificato ad affrontare la «Seconda navigazione», porta d'accesso al Supremo Bene:

 

«La scrittura è un gioco sublime, ma appunto un gioco, in cui il filosofo non mette il suo impegno. Il filosofo scriverà certo molte cose su rotoli di carta, ma le sue cose di maggior valore le affiderà solamente alla oralità dialettica, ossia le scriverà nelle anime degli uomini»55.

Per quanto concerne la mia personale esperienza, posso dire di aver percepito la Bellezza e il Bene in alcuni Sadhu analfabeti e nudi dell'India, nelle montagne, nel mare, nei giardini semiabbandonati della mia infanzia, in alcuni angoli di giungla sopravvissuti all'angoscia predatoria dell'homo faber, nei villaggi afghani e pakistani ai piedi dell'Hindu Kush, prima dell'invasione russa, e... in me stesso, nei rari momenti folgoranti in cui il soffio del cigno-anima si risveglia all'unione col soffio del Cigno universale (Paramahamsa). Mi sento comunque prima un uomo di Natura, poi di cultura; appartengo ante omnia alla "selva", indi al "tempio"56.
La cultura è la casa e la Natura lo spazio vuoto al suo interno:

«Si forano porte e finestre per fare una casa
e in quel che è il loro vuoto sta l'uso della casa
»57.

Il vuoto è il Yoni o la Prakriti che il Jyotir-Lingam di Parameshvara penetra e vivifica eternamente58. Una casa non sarebbe confortevole né tantomeno abitabile, se non rispettasse il Tao nel suo intimo; la stessa cosa si può dire dell'ánthropos o della cultura. La funzione-dharma di quest'ultima è quella di mantenere aperta all'uomo la via dell'Ineffabile; diversamente si riduce ad un fardello, ad una catena o ad un'arma illecita: cagione di conflitto interiore o strumento di aggressione di popoli su altri popoli e sulla Natura che li sostanzia.

 


Note

1- «La coscienza dell'uomo primordiale non aveva né confini spaziali né barriere temporali che la limitassero; essa viveva nell'Eterno Presente in sintonia con l'Universo e nella totale consapevolezza della sua consustanzialità con l'Assoluto»; Giulio Maganzini, Assoluto e Relativo (seconda parte), in Atrium, anno II, n. 2, Tn, p.28. torna al testo ^

2- A proposito della «rivoluzione neolitica», Paolo Scarpi osserva: «Non è in alcun modo possibile ripercorrere l'itinerario intellettuale e culturale che ha condotto l'uomo a separarsi dalla natura, elaborando tecnologie e forme di pensiero, nel corso dei lunghi e numerosi millenni del paleolitico, in cui era stato un raccoglitore di cibo e un cacciatore»; in AA.VV., Manuale di storia delle religioni, Laterza, 1998, p. 8. torna al testo ^

3- «Il timore e il terrore di voi sia in tutte le bestie selvatiche e in tutto il bestiame e in tutti gli uccelli del cielo. Quanto striscia sul suolo e tutti i pesci del mare sono messi in vostro potere», in Culture dell'Apocalisse, a c. di Adam Parfrey, Venerea ed., Roma, 2000, p. 226. Frank Di Luzio, ex dirigente dei Laboratori scientifici di Los Alamos, commenta: «L'uomo occidentale non si considera parte della natura. La sua è un'arroganza religiosa. Sono stato accusato di essere sacrilego per aver detto questo, ma ho scoperto che alcuni gesuiti e molti teologi cristiani dicono la stessa cosa: il Cristianesimo ha reso l'uomo arrogante nei confronti della natura dal momento che egli ritiene che, di fatto, essendo stato fatto ad immagine di Dio e tutto sulla terra essendo stato posto a sua disposizione, egli è in diritto di sfruttarla. [...] La nostra sensibilità per la bellezza della natura è andata persa», in Stan Steiner, Uomo bianco scomparirai, Milano, Jaca Book, 1978, p. 30. torna al testo ^

4- Napoli, 1935, I, LXV. torna al testo ^

5- Le citazioni del Michelet sono tutte tratte da Introduzione alla storia universale, Roma, Ediz. Dell'Elefante, 1990. torna al testo ^

6- Nel presente scritto al termine "meta-fisica" non si assegna semplicemente il significato di "al di là della dimensione fisica grossa", bensì di "al di là della totalità della manifestazione grossa, sottile e causale" e cioè al di là del Brahman saguna, qualificato. A rigori non si può dunque parlare di "metafisica" se non apofaticamente. L'espressione "dimensione matafisica" viene usata solo per comodità d'espressione, nella consapevolezza della sua limitatezza. Titus Burckhardt, in Scienza moderna e saggezza tradizionale, Torino, Borla, 1968, p. 20, dice: «Noi chiameremo metafisica la visione spirituale, che tutta si apre all'Assoluto e all'Infinito». torna al testo ^

7- Gaudapada, Mandukyakarika, Roma, Ashram Vidya, 1981, pp. 132, 133 e 135. torna al testo ^

8- Alain Daniélou, Miti e Dei dell'India, Como, Red, 1996, p. 20. torna al testo ^

9- Da "Non bisogna": «Ripetiamolo signori / quando lo si lascia solo / il mondo mentale / mente / monumentalmente» (trad. di Gian Domenico Giagni). torna al testo ^

10- Cit. in Mario Cenedese e Paolo Scroccaro, Inconsistenza dell'attivismo produttivistico e delle convinzioni ad esso correlate. Orientamenti per un'alternativa alle strategie della ragione utilitaria, (presente in questo sito: https://www.estovest.net/ecosofia/alternativaattivismo.html). torna al testo ^

11- Satvata Samhita, II, 67-68, nella trad. di F. Sferra in Le Speculazioni su Vac in Alcuni Testi del Pañcaratra, "Rivista degli Studi Orientali", LXVIII, fasc. 1-1, Roma 1994. torna al testo ^

12- S.S., II, 69-70; trad. italiana dello scrivente sulla base della versione inglese di Hiromichi Hikita. torna al testo ^

13- Plotino, Enneadi, a c. di G. Faggin, Rusconi, Mi, 1992, VI, 8, 13. Nella stessa pagina, il grande filosofo greco ci dà una lezione di consapevolezza ed intelligenza, precisando: «Dobbiamo essere perdonati se, parlando di Lui e per poterci spiegare, siamo costretti a servirci di quei termini che sul piano critico non permettiamo: perciò si adoperi per ciascuno di essi un "per così dire"». torna al testo ^

14- Malgrado ciò, dato che siamo posti di fronte all'alternativa tra il lasciare che tutto venga distrutto e il salvare, sia pur con pretesti speculativi, alcuni frammenti-semi di vita, non esitiamo ad abbracciare la seconda possibilità. torna al testo ^

15- In Uomo bianco scomparirai, op. cit., pp. 285 e 286. torna al testo ^

16- Ibidem, p. 290. torna al testo ^

17- Inni del Rigveda, a c. Di Valentino Papesso, Ubaldini, Roma, 1979, pp. 209 e 210. Con il termine Purusha ci si riferisce sia all'Uomo cosmico o Androgino primordiale, sia al polo positivo, fecondatore, correlativo a Prakriti, il polo negativo, del sistema Samkhya, sia all'Assoluto non-qualificato, il Sé supremo nell'uomo, del Vedanta Advaitatorna al testo ^

18- M. Eliade, Miti, sogni e misteri, Milano, Rusconi, 1976, p. 49. torna al testo ^

19- Da The retreate (Il ritorno), in Poeti metafisici inglesi, a c. di R. Sanesi, Parma, Guanda, 1990. torna al testo ^

20- O, in altre parole, occorre ritornare ad un salutare teocentrismo, in cui Dio venga inteso come trascendente ed immanente ad un tempo. torna al testo ^

21- J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, Milano, Rusconi, 1976, p.77. torna al testo ^

22- Thomas Merton, La via semplice di Chuang Tzu, Milano, Paoline, 1993, p. 86. torna al testo ^

23- Capo Seattle, Le mie parole sono come stelle, red ediz., Co, 1996, p. 21. Si può osservare che le religioni hanno due volti: uno divino, rivelato, provvidenziale ed indispensabile, giacché fungono da bussole per popoli smarriti; l'altro, egoisticamente umano, imprigionante e violentemente repressivo. Ogni giudizio indiscriminato su di esse, positivo o negativo, è pertanto inaccettabile. torna al testo ^

24- Si veda in proposito il materiale informativo divulgato dalla Lega nazionale contro la predazione degli organi e la morte a cuor battente, Pass. C. Lateranensi, 22, 24100 Bergamo. Si vedano pure il supplemento a La Tradizione Cattolica, Aborto e manipolazioni genetiche, biotecnologie, eutanasia ed espianto di organi a cuor battente, di Luca Poli, o l'Introduzione ad Ars moriendi di Anonimo del XV secolo, Torino, Ananke, 1997. torna al testo ^

25- Si veda F. Otto Schrader, Introduction to the Pañcaratra and the Ahirbudhnya Samhita, The Adyar Library and Research Centre, The Teosophical Society, Adyar, Madras, 1973 (seconda ediz.), p. 90: «Così la religione diventa necessaria e i "Manu dell'antichità" danno inizio allo Shastra [lett. "Insegnamento", "Scrittura"] seguendo il quale l'anima può riottenere la sua purezza naturale». torna al testo ^

26- G. Arduino, Risorse e tecnologie, vol. B, Torino, Lattes, 2000, p. 11. torna al testo ^

27- A proposito dell'etimologia di "cultura" e dell'importanza del paesaggio per l'uomo, si vedano gli studi Riscoprire il senso del luogo, di Luisa Bonesio (presente in questo sito: https://www.estovest.net/ecosofia/sensoluogo.html), e L'uomo deve ritornare al suo luogo naturale (preliminari per la realizzazione spirituale), di Paolo Scroccaro, (presente in questo sito: https://www.estovest.net/ecosofia/luogonaturale.html). torna al testo ^

28- Kamil V. Zvelebil, I Maestri dei poteri, Ubaldini-Astrolabio, Roma, 1979, p. 83. torna al testo ^

29- Stefano Zecchi, L'artista armato, Milano, Mondadori, 1999, p. 7. torna al testo ^

30- Elémire Zolla, Aure, Venezia, Marsilio, 1985, pp. 13 e 14. torna al testo ^

31- Siamo consapevoli che preservare aree limitate, particolarmente pregiate sotto il profilo naturalistico o culturale, non costituisca un vero rimedio alla dissoluzione in atto, e tuttavia, salvare almeno alcuni tratti dell'amato volto della Dea ci sembra, tutto sommato, un minimo gesto d'amore paragonabile a quello di chi mette da parte semi fertili, non ibridati. torna al testo ^

32- Vittorio Fincati, Per un approccio psico-mitologico al mondo vegetale, in Il Bouquet di Atena, Vicenza, Liberia Editrice "Letture S...consigliate", 1999, p. 3. torna al testo ^

33- Il damaru è «un tramburo dalla forma di clessidra [...] indica il suono primordiale (nada), causa di tutta la creazione; è anche uno degli emblemi di Siva, quando il dio viene raffigurato come Nataraja, il Danzatore Cosmico. [...] I battiti del tamburo simboleggiano il ritmico pulsare delle forze di creazione, quando l'universo si dispiega. [...] I due triangoli del damaru rivolti l'uno verso il basso e l'altro verso l'alto sono il simbolo dei due aspetti della forza creativa, rispettivamente la yoni e il lingam. Il punto in cui i due triangoli si incontrano è il punto "dal quale inizia la creazione". Quando i due triangoli si disgiungono, si ha la distruzione del mondo»; in M. E J. Stutley, Dizionario dell'Induismo, Roma, Ubaldini, 1980. Tale simbologia spiega chiaramente che allorché il maschile e il femminile -o, in altre parole, la mente razionale e la natura- si disgiungono, principia la distruzione. torna al testo ^

34- Cit. in Renzo Baschera e Wanda Tagliabue, Lo spazio magico, Milano, Mondadori, 1990, p. 125. torna al testo ^

35- Cfr. G. Bormolini, I vegetariani nelle tradizioni spirituali, Il leone verde, To, 2000. torna al testo ^

36- Giovanni Reale, Saggezza antica, Milano, Raffaello Cortina, 1995, p. 71. torna al testo ^

37- Dal 2 dicembre 2000 la cittadina di Assisi con il suo intero territorio comunale, inclusi nel Parco Regionale del Monte Subasio, sono stati proclamati dal Comitato dell'Unesco "Patrimonio Mondiale dell'Umanità". Se tale ambito riconoscimento si tradurrà unicamente nella tutela dell'assai limitato spazio in questione, il risultato che si otterrà sarà equiparabile ad una perla in un letamaio. Alcuni panorami stupendi, godibili dalle colline all'interno del Parco, sono già stati irreparabilmente rovinati dall'apertura di cave per l'estrazione della ghiaia e della pietra. torna al testo ^

38- «Siamo macchine che servono alla sopravvivenza. Ma non lavoriamo per la nostra sopravvivenza, bensì per quella dei nostri geni. Siamo i loro servitori. Essi costruiscono il nostro corpo e modellano il nostro corpontamento. E quando si sono serviti di noi per i loro fini, ci buttano via». Così sostiene il biologo evolutivo inglese Richard Dawkins; e dopo aver negato ogni forma di sopravvivenza, alla domanda se «possa esserci qualche consolazione superiore», risponde: «Certamente. Quella di approfittare della vita al massimo finché ce l'abbiamo». Nella stessa pagina un altro "luminare", Noëlle Lenoir, capo del Gruppo europeo di etica delle scienze, afferma: «Che ci piaccia o no , le ricerche sulla clonazione di embrioni umani si faranno», (Giornale di Brescia, 30 agosto 2000). Questi sono i "maestri" a cui oggi le masse inebetite ed acculturate guardano con illimitata fiducia ed ammirazione. Non diverso è il tenore del politico che della tal superstrada o elettrodotto o diga o discarica dice: «Si deve fare!». Occorre sempre fare, guai se ci si ferma a ri-flettere o, peggio ancora, a con-templare (com-templum: entrare con rispetto nel tempio della Natura consapevole e intelligente). torna al testo ^

39- John Michell, Lo Spirito della Terra, Como, Red ediz., 1988, p. 13. torna al testo ^

40- Si veda Cosmo News, n. 3, Casa Ed. Nord, Mi, 1999: «La scienza ci ha fatto vivere più a lungo, la tecnologia ha eliminato i lavori di fatica e ha consentito alle donne di sostituire l'uomo in tutti quei lavori che in passato poteva fare solo lui. L'ingegno umano ingigantito dall'avvento dei computer ci ha portati sulla luna e l'astronautica ci ha fatto conoscere l'intero sistema solare e si è spinta oltre [...] siamo consci delle potenzialità della mente umana [...] crediamo che nel nuovo secolo le malattie saranno sconfitte, che la medicina allungherà ulteriormente la nostra vita, che la genetica riuscirà a coltivare le zone aride e sconfiggerà la fame nel mondo». Del tutto diversa è la visione del Maestro advaitin Raphael: «Ciò che normalmente si chiama "progresso" è una sorta di abilità mostruosa e intelligenza squilibrata utilitaristica che operano a fini di "conservazione" dell'io come corpo e come psiche»; Raphael, 'Ehjeh 'Aser 'Ehjeh (Io sono Colui che sono), Roma, Asram Vidya, 1978, p. 53. torna al testo ^

41- In op. cit., v. nota n. 14, p. 73. torna al testo ^

42- Cit. in ibidem, p. 75. torna al testo ^

43- F. Argnani, A. Ricci Garotti e A. Scagliola, Dizionario Cappelli, Bologna, Cappelli, 1989, pp. 83, 84, 85. torna al testo ^

44- Dialoghi di Confucio (XV, 4), cit. nell'Introduzione a Lao-tzu, Tao-Te-Ching, a c. di J. J. L. Duyvendak, Milano, Adelphi, 1973, p. 19. torna al testo ^

45- In op. cit., v. nota n. 16, p. 8. torna al testo ^

46- Cfr. Glossario sanscrito, Roma, Asram Vidya, 1988. torna al testo ^

47- Giuseppe Ierace, La tossicodipendenza come rimedio medicinale, in op. cit., v. nota n. 12, pp. 15 e 16. torna al testo ^

48- In op. cit., v. nota n. 12. torna al testo ^

49- Poesia n. 142, Settembre 2000, Milano, Crocetti, p. 31. torna al testo ^

50- Arthur Avalon (John Woodroffe), Il mondo come potenza, vol. II, Roma, Mediterranee, 1973, pp. 11 e 12. torna al testo ^

51- In La Torre di Babele, Firenze, ECP, 1990, p. 154. torna al testo ^

52- In Culture dell'Apocalisse, a c. di Adam Parfrey, Roma, Venerea, 2000. torna al testo ^

53- Plotino, Dal Bello al Divino, a c. di Giuseppe Faggin, Vicenza, La Locusta, 1986, p. 33. torna al testo ^

54- Cit. in Prefazione a Storia della scrittura, Genova, ECIG, 1992. torna al testo ^

55- Op. cit., v. nota n. 14, p. 221. torna al testo ^

56- Si veda in proposito, Guido Manacorda, La selva e il tempio - Studi sullo spirito del germanesimo, Firenze 1933. Secondo l'Autore, la "Selva" è: «Natura posta sopra lo spirito: verità cercata e affermata negli strati inferiori alla ragione: inconscio e subconscio. Libertà intesa come sfrenatezza elementare [...] meccanico determinismo [...] Panteismo, monismo, immanenza, religione laica, rivelazione naturale; avversione contro il culto, la liturgia e la gerarchia». Il "Tempio" è: «Spirito sopra la Natura; verità cercata e affermata dentro la ragione umana sotto la guida, l'illuminazione, il controllo di una Ragione divina e suprema che è insieme sapienza e amore, mens e charitas. Grazia cooperante con libero volere. [...] Riconoscimento di un'individualità indistruttibile [...] Monoteismo, cristianesimo cattolico, trascendenza, rivelazione soprannaturale [...] Eterno contrasto, via via rinnovantesi sotto diversi nomi e diverse forme - paganesimo e cristianesimo, Apollo (Dioniso) e Cristo [...]». Sebbene quanto scrive Manacorda sia interessante e in parte verosimile, credo che una netta distinzione e opposizione tra selva-male e tempio-bene sia fuorviante e, anzi, appartenga a quel modo di vedere le cose, tipico dell'Occidente storico, la cui irrisolvibile dicotomia sta portando il mondo sull'orlo della catastrofe. Per contro, la qualità che ha salvato l'India dalla smemoratezza delle Origini, va ravvisata nella capacità di integrare Rudra-Pashupati, l'urlatore selvaggio, Signore degli animali e dei luoghi solitari, iniziatore sommo alla Realtà onnicomprensiva (Dakshinamurti), assegnandogli un posto preminente nel suo pantheon. Nella la mia esperienza -confermata da certe osservazioni di Daniélou-, i Sadhu shivaiti e gli Yogin preferiscono la selva al tempio. Se ne escono vivi, vuol dire che non sono più uomini sottomessi al divenire samsarico, ma Maestri-Mahatma, Liberati, conoscitori del linguaggio universale. In quest'ottica, la selva non equivale al caos primordiale, annichilente e cieco, bensì alla via realizzativa diretta, l'atopon in cui si svela la perfezione innata, al di là delle apparenze, accessibile unicamente ai samnyasin; e il tempio simboleggia la via graduale o indiretta -custodita dalle caste sacerdotali e guerriere-, dalla prima contenuta e trascesa. La selva ha qui lo stesso valore della cima della montagna con le sue nude pareti, mentre invece il tempio ne è soltanto una rappresentazione. In ogni caso, qualora l'India della bomba atomica dovesse finire di radere al suolo le proprie selve (ormai le manca poco) e pure la sede mitica di Shiva, il Monte Kailash, venisse violata dall'uomo che tutto vuole misurare e possedere, le profezie sulla fine imminente del ciclo attuale si avvererebbero e scoccherebbe un'altra ora nel primo Giorno del cinquantunesimo Anno di vita di Brahma, nel ventottesimo Mahayuga del settimo Manvantaratorna al testo ^

57- Lao-Tse, La Regola Celeste (Tao Te Ching), a cura di Alberto Castellani, Firenze, Sansoni, 1954, p. 16 (11 - 4, 5). torna al testo ^

58- Il Yoni è il grembo primordiale, sorgente di nama-rupa; la Prakriti è la natura, la forza-volontà manifestatrice; il Jyotir-Linga è il fallo di Luce assoluta di Parameshvara, il supremo Signore, Svayambhu, il nato da Sé. Per un approfondimento della terminologia sanscrita, oltre ai già cit. Glossario sanscrito e Dizionario dell'Induismo, si veda Dizionario della sapienza orientale, Roma, Mediterranee, 1991. torna al testo ^

 

Giuseppe Gorlani

 

 

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Articolo inserito in data: sabato 30 giugno 2001.

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