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Giovanni Monastra, Le origini della vita

Il Cerchio / Itaca, Rimini / Castel Bolognese (RA), 2000, pagg. 80, L. 10.000

Se il testo non è reperibile in libreria può essere richiesto direttamente all'editore il Cerchio, via Gambalunga 91, 47900 Rimini

di Giuseppe Sermonti, Roberto Fondi, Walter Catalano

 

La vita è iniziata come realtà totale

di Giuseppe Sermonti

(«Rivista di Biologia – Biology Forum», n. 3, 2000)

L'evoluzionismo nella versione neo-darwiniana è una spiegazione così insufficiente e così poco suffragata dai documenti della vita terrestre che la sua confutazione risulta imbarazzante e, alla fine, un'impresa difficile. Rammentare che le forme viventi sono così altamente complesse da non poter essere state promosse dal solo Caso è così ovvio da sembrare banale. Che poi la vita si sia formata a casaccio dalla materia disordinata è un tale paradosso che poco rimane da commentare. Un volumetto su Le Origini della Vita, scritto da uno studioso fuori corrente, come è appunto Giovanni Monastra, suscita subito curiosità. Come se l'è cavata? Con discreta eleganza. L'autore mette subito sul banco le linee che contrastano con il riduzionismo atomistico: «ordine, armonia, leggi regolative, forma, complessità, gerarchia di livelli». Nello stesso tempo, e qui forse un po' sbrigativamente, considera un banale escamotage linguistico l'idea che la materia «si auto-organizza secondo processi spontanei ad essa inerenti». Il processo di auto-organizzazione è invece estraneo al Casualismo e, per me, meriterebbe un posto tra le linee di contrasto al riduzionismo atomista.

I modelli sperimentali di abiogenesi, come quello famoso di Stanley Miller, suppongono che gli elementi tendano a organizzarsi in amminoacidi e poi in proteinoidi, mettendo già fuori questione il Caso come unico artefice. Che poi questa (ben misteriosa) capacità auto-organizzativa molecolare non sia sufficiente è ben dimostrato dall'autore in base a osservazioni recenti che escludono che sulla Terra ci fossero le condizioni supposte da Miller, e mostrano l'incapacità dello RNA e del DNA all'autosintesi e all'auto-replicazione nelle presunte condizioni primordiali. «Bisognerebbe --secondo Leslie E.Orgel-- che tantissime cose andassero bene e nessuna male». E poi, qui gli autori concordano, «la prima comunità vivente era una [...] popolazione ancestrale già biologicamente sofisticata» («Nature», 1996).
Tutto ciò porta alla conclusione che la complessità organica è apparsa subito, al principio, e che non è stata prodotta dall'evoluzione (tanto meno da quella neo-darwiniana) ed è semmai l'evoluzione che è discesa dalla complessità originaria. «Una irriducibile complessità si presentò già sul nascere», afferma Monastra, e precisa: «La vita iniziò come realtà totale».
I batteri, che al tempo della formulazione della Teoria Sintetica erano ritenuti vescicole gelatinose, sono così complicati che è impossibile ipotizzare come siano apparsi. Tra la materia caotica e il batterio c'è un abisso enorme, di fronte al quale il passaggio dal batterio al dinosauro è una piccolezza. Ma anche su questa piccolezza inciampano i darwinisti. «Le lacune tra gli ordini, le classi e i phyla conosciuti sono sistematiche e quasi sempre profonde», ammette il paleontologo neodarwinista George Simpson, e gli replica Michael Denton, dall'opposizione: «Oggi la documentazione fossile costituisce una sfida terribile al concetto di evoluzione organica». Quella documentazione che conoscevamo come prima e irrefutabile prova dell'evoluzione ne è la confutazione più grave.

Il libro procede in maniera documentata e convincente, semmai perdendo di vista il suo titolo, che lo limiterebbe all'abiogenesi, mentre è una vasta critica a tutti i pilastri dell'evoluzionismo di maniera: dalla biologia molecolare, alla morfogenesi, alle «incredibili analogie della natura», che tutte sfuggono a una spiegazione adattativa. Sorprendenti sono le simiglianze documentate nelle figure: la ninfa della farfalla blu indiana somiglia alla faccia del macaco del sud-est asiatico, mentre quella della specie africana a quella del babbuino del continente nero. La testa di un insettino brasiliano imita in modo stupefacente la testa dell'alligatore sudamericano. Giochi di natura che sembrano burlarsi dei seriosi argomenti sostenuti dagli adattazionisti o dai panselezionisti.

L'autore ha prodotto un'operetta quanto mai utile e benvenuta, come contrapposto all'ormai ossessiva esposizione dei principi neo-darwiniani, che non convincono più nessuno ma sono insegnamento obbligatorio da noi, a cominciare dalle elementari. Alcune opere critiche, che l'autore gentilmente cita, si sono affacciate in libreria negli ultimi vent'anni, per scomparire in breve. Auguriamo a questa una più lunga permanenza ed una giusta adozione tra i sussidi didattici delle nostre scuole.


 

Recenti contributi per una critica del neodarwinsimo

di Roberto Fondi

Giovanni Monastra, biologo con una ventennale esperienza nella ricerca, ha pubblicato da poco un agile libretto di critica al neodarwinismo, Le origini della Vita (Il Cerchio/Itaca, Rimini/Castel Bolognese, 80 pp., L. 10.000). Il lavoro si presenta come un lungo articolo che si legge tutto d'un fiato e che, pur indirizzandosi essenzialmente ai docenti e agli alunni di scienze della Scuola superiore, sarebbe auspicabile finisse anche tra le mani dei docenti e degli alunni di biologia e di scienze naturali delle Università. Risulterebbe oggi estremamente difficile, infatti, trovare esposta in maniera altrettanto chiara, corretta, concisa ed aggiornata, la fondamentale inconsistenza scientifica della dottrina dell'evoluzione biologica, che pure continua ad essere pervicacemente imbandita ai nostri figli come Verità rivelata fin dai banchi della Scuola elementare.

Molto tempo fa, io stesso affrontai il medesimo tema con due libri, il primo dei quali scritto in collaborazione con il genetista Giuseppe Sermonti (Dopo Darwin. Critica all'evoluzionismo, Rusconi Libri, Milano 1980) ed il secondo pubblicato appena qualche anno dopo a cura dello stesso Monastra (Organicismo ed evoluzionsmo. Intervista sulla nuova rivoluzione scientifica, Il Corallo/Il Settimo Sigillo, Padova/Roma 1984). Poiché quei libri non hanno certo contribuito ad agevolarmi la carriera accademica, per lungo tempo ho deciso di concentrarmi pressoché esclusivamente nello studio e nella didattica, imponendomi di non tornare sull'argomento fino a quando non sentissi di avere buone ed ulteriori frecce per il mio arco o non subentrasse un clima culturale più aperto e maturo. E questo clima sembra abbia finalmente cominciato ad instaurarsi nel 1997, quando cioè sono nati -anche con il mio contributo, ma soprattutto grazie all'energica personalità di Marcello Barbieri, embriologo dell'Università di Ferrara- l'Associazione Italiana di Biologia Teorica (sito internet: https://www.biologiateorica.it) e la rivista "Systema Naturae".
Barbieri, che già molti anni fa aveva pubblicato La teoria semantica dell'evoluzione (Boringhieri, Torino, 1985), passata praticamente inosservata, propone oggi una nuova opera intitolata I codici organici. La nascita della biologia semantica (Casa editrice Pequod, Ancona, 2000, pp.256, L. 35.000), la quale, secondo me, è sicuramente destinata a lasciare traccia.

In sostanza, cos'è che dice Barbieri e che trova un'immediata sintonia nello scritto di Monastra? Una cosa molto semplice, ma dalle grandi e rivoluzionarie implicazioni culturali: i sistemi viventi non sono descrivibili semplicemente come enti fisici caratterizzati dalla dualità materia-energia (fenotipo o hardware, ovvero l'apparato corporeo) e informazione (genotipo o software, ovvero il sistema macromolecolare adibito a portare le "istruzioni ereditarie"); bensì sono realtà trinitarie in cui alla materia-energia e all'informazione deve associarsi una componente semantica (ribotipo o codeware, ovvero il sistema macromolecolare adibito a "tradurre" le istruzioni ereditarie in apparato corporeo), responsabile cioè dei codici che assegnano determinati significati ad ogni informazione ricevuta o trasmessa. Ogni informazione, infatti, sarebbe suscettibile di acquistare i più diversi significati, se non esistessero codici linguistici adibiti a fissarli. Pronunciata contemporaneamente ad uno spagnolo, ad un italiano e ad un francese, ad esempio, la parola "burro" starà a significare rispettivamente un asino, un particolare derivato del latte e un qualcosa del tutto privo di senso. Per loro stessa natura, insomma, gli organismi viventi sono sistemi fisici dotati di codici generatori di significati, e Barbieri sostiene di poterne descrivere la logica di funzionamento mediante precisi algoritmi matematici suscettibili di condurre ingegneri e tecnici a riprodurne artificialmente le proprietà.

Ma se la vita, lungi dal ridursi a pura massa-energia, è anche e soprattutto forma densa di significato, allora tutto l'edificio imbastito da Darwin e dai suoi moderni epigoni finisce per crollare come un castello di carte. E la pretesa di ridurre ogni cosa alla dialettica del "caso" e della "necessità", proclamata ieri da Jacques Monod e oggi da Richard Dawkins, si rivela come una formidabile illusione. Ben lungi dal poter descriversi come il prodotto di un "orologiaio cieco", la natura torna dunque ad impregnarsi nuovamente di idee platoniche o forme aristoteliche, di rapporti numerico-musicali pitagorici e di sorprendenti analogie (Monastra ne mette in evidenza due, realmente clamorose, esibite da specie differenti di farfalle tropicali: in una la testa dell'adulto ricalca quella di un alligatore; nell'altra la crisalide riproduce il volto di un macaco), trasformandosi in una grandiosa ed unitaria opera artistica della quale «ordine, armonia, leggi regolative, forma, complessità, gerarchia di livelli costituiscono i fili conduttori».

Personalmente, nutro la duplice convinzione che il problema dell'origine delle forme viventi rimanga a tutt'oggi aperto come lo era prima dell'avvento dell'evoluzionismo, e che il metodo di indagine comunemente denominato "scientifico" sia destinato a scontrarsi con limiti invalicabili che sempre gli impediranno di risolvere i più grandi interrogativi dell'umanità. Al medesimo tempo, sono consapevole di quanto la maggior parte degli scienziati rimanga lontana dal modo mio e di Monastra di percepire la natura, chiudendosi così volontariamente a qualsiasi impulso verso dimensioni della realtà che non siano quelle semplicemente percepibili dai sensi ed incasellabili dalle categorie analitico-quantitative della sola componente razionale del nostro naturale strumento conoscitivo.


 

Al di là di evoluzionismo e creazionismo

di Walter Catalano

La collaborazione delle due case editrici romagnole Il Cerchio e Itaca ha prodotto una interessante iniziativa: si tratta della collana "L'Altrotesto", idealmente rivolta ad insegnanti e studenti della scuola media superiore. Contenuta nel prezzo, agile nella veste editoriale e chiara nei contenuti, "L'Altrotesto" intende proporre un'interpretazione di fenomeni letterari, storici, filosofici o scientifici alternativa a quella normalmente imposta dalle categorie di pensiero imperanti, caratterizzate da un facile progressismo e da una miopia politicamente corretta che vede nella dimensione dell'utile e della "spendibilità dei saperi" l'unico destino e l'unico compito dell'educazione scolastica.

Nell'agguerrito contesto di questa collana lo scorrevole ma approfonditissimo volumetto di Giovanni Monastra -biologo di professione perfettamente a suo agio nel campo della filosofia e della spiritualità, come ben sanno i lettori abituali di queste pagine- si prefigge di scardinare con documenti e argomentazioni ineccepibili le certezze da sempre claudicanti dell'evoluzionismo darwiniano.

Seguendo la linea tracciata da sensibili ricercatori quali Roberto Fondi (con il quale Monastra scrisse nella prima metà degli anni ottanta un libro-intervista ancora perfettamente attuale: Organicismo ed evoluzionismo, Intervista sulla nuova rivoluzione scientifica, Il Settimo Sigillo, Roma 1984) e soprattutto Giuseppe Sermonti (il cui testo più recente porta il significativo titolo di Dimenticare Darwin, Rusconi, Milano 1999), l'Autore oppone al riduzionismo filosofico di derivazione ottocentesca e positivistica, l'organicismo o olismo, concezione epistemologica che non si propone come unico metodo di indagine la scomposizione del 'tutto' nelle sue parti (riportandosi al dualismo cartesiano in cui la res extensa dell'oggetto indagato si contrappone alla res cogitans del soggetto indagatore), ma che intende invece ricondurre la parte all'intero, alla totalità, interpretando il reale secondo una visione non analitica ma sintetica (e di conseguenza anche simbolica) in cui il concetto di "fine", di "scopo", si imponga al cieco determinismo materialistico. La vita, applicando questo paradigma, non può nascere "per caso": la complessità del vivente si svela in esso come frutto non di un'evoluzione lineare ma di un processo discontinuo, una sorta di corsa a ostacoli, procedente non certo dal caos quanto da categorie quali ordine, armonia, forma, gerarchia di livelli.

È bene però non incorrere in equivoci: certa stampa cattolica, recensendo questo libro, ha travisato completamente (e strumentalmente) le asserzioni dell'Autore e lo ha proditoriamente arruolato nei ranghi sempre più sfilacciati dei creazionisti, in compagnia di fanatici e fondamentalisti religiosi che considerano la terra un pianeta formatosi seimila anni fa e l'uomo un essere creato direttamente da Dio e contemporaneo dei dinosauri! Monastra (che è semmai filosoficamente più vicino al concetto neoplatonico di "emanazione" che a quello biblico di "creazione") ha tenuto a precisare ripetutamente di non essere affatto un creazionista e di non coltivare un odio ideologico o una sottovalutazione programmatica nei confronti della figura di Darwin ma piuttosto di aver evidenziato le ampie falle all'interno del paradigma derivato dalle teorie dell'autore de L'origine delle specie per dovere di studioso e di scienziato, non intendendo accettare nessun dogma e nessuna forma di integralismo: né quello darwiniano, né, a maggior ragione, il suo opposto speculare creazionista.

Non proponendo alcuna nuova teoria, l'Autore cerca piuttosto di indurre un senso fecondo del dubbio, di svellere pretese verità granitiche e di infrangere tabù consolidati per stimolare una discussione obbiettiva, lontana da conformismi o aprioristiche prese di posizione e solidamente basata sui numerosi dati oggettivi ormai pienamente disponibili a chi abbia intenzione di prenderli in considerazione in modo critico, serio e imparziale.

In quest'ottica non distorta, la scienza viene ricondotta al suo alveo tradizionale: dall'eredità aristotelico-linneana alla pansofia rinascimentale, fino alla naturphilosophie di Goethe e alle concezioni dei biologi "platonici" e strutturalisti. Discipline unitarie in cui la ricerca di una conoscenza aperta e pluralista si oppone al dogmatismo delle spiegazioni forzatamente totalizzanti.

Superando le visioni di Guénon o di Evola e le varie mitologie tradizionaliste che hanno troppo spesso (e talvolta semplicisticamente) demonizzato la scienza e la tecnologia anchilosando i propri seguaci in un limbo di impraticabile coerenza, libri come quello di Monastra svolgono l'utile funzione di tentare una riconciliazione tra concezioni del mondo apparentemente antitetiche e, nel recupero della Weltanschauung caratteristica delle grandi tradizioni occidentali della filosofia naturale, di suggerire un'occasione di ricerca e di riflessione conoscitiva in cui un'apertura non fideistica al sacro e allo spirituale possa pienamente conciliarsi con il metodo scientifico e con una corretta e consapevole partecipazione alla modernità.

Denunciando, prove inoppugnabili alla mano, i più abusati luoghi comuni del neodarwinismo, come la Selezione Naturale, la sopravvivenza del più adatto o la derivazione dell'uomo dalla scimmia e osando riferire tesi scandalose che additano possibilità quasi inconcepibili (ad esempio quella di Sermonti che vede piuttosto nella scimmia un "discendente" dell'uomo) Monastra vuole sfatare, senza fanatismi, molte comode leggende, confortevoli fantasie nate dalla convenienza ideologica o ridimensionare l'onnicomprensività di presunte leggi la cui applicazione universale è ancora tutta da dimostrare. Non nega, ad esempio, che il meccanismo "mutazione casuale-selezione naturale" sia effettivo, ma lo ritiene sopravvalutato e vorrebbe limitarlo ad un ambito più ristretto, come semplice caso particolare all'interno di un quadro assai più complesso e articolato in cui l'aspetto rilevante venga svolto da leggi della forma di tipo matematico-geometrico. Anche riguardo alle questioni di biologia molecolare relative alla funzione del DNA, la posizione di Monastra è più sfumata di quella di Sermonti:

«Il DNA appare come una struttura globale su cui agiscono gli enzimi del nucleo cellulare, che tagliano e cuciono con razionalità, quasi che avessero sia una visione di insieme complessiva, una percezione olista dell'intero patrimonio ereditario, sia un'idea del risultato da conseguire a livello fenotipico».

Ben lontano dal cadere in quello che definisce «un ingenuo 'animismo' cellulare privo di ogni crisma scientifico», l'Autore propende per una concezione del mondo biologico in cui sia presente nelle cellule - «immanente» è il termine usato - un programma di base in grado di rispondere in modo «intelligente» e «plastico» ai mutamenti dell'ambiente: questa ipotesi potrebbe spiegare certi aspetti microevolutivi da un "modello" biologico di base verso forme più specializzate.

È dunque nel concetto di "programma" e di "struttura" in senso matematico-geometrico che vanno indirizzati i metodi di analisi e di spiegazione delle variazioni degli organismi viventi: le forme animali e vegetali possono essere descritte per mezzo di equazioni e formule numeriche rivelando un principio di "risonanza", di "analogia" - «ma in modo libero, non deterministico» - in cui, ad esempio, certi organismi riprendono le forme di altri organismi non secondo criteri utilitaristici, come vorrebbe il darwinismo, ma piuttosto secondo criteri, potremmo dire, estetici o armonici (un diverso ma ugualmente significativo caso citato riferisce degli esperimenti del ricercatore Susumu Ohno che accoppiando sequenze di acidi nucleici con note musicali ha ottenuto melodie di gusto bachiano).

In una visione di fondo d'impronta pitagorica e platonica Monastra legge la Natura entro una configurazione matematica e geometrica espressione di un'«empatia cosmica, cioè di corrispondenze orizzontali e verticali», che evidenzia i segni degli archetipi, delle "ragioni seminali", «forze in potenza o in atto che guidano i processi biologici». Non prodotto del Caso e della Necessità, per dirla con Monod, ma piuttosto «forma impressa che, viva, si sviluppa», come lo canta Goethe, l'ordine naturale

«non è il luogo di continue guerre, come dicono Darwin e i suoi seguaci, né è il mondo pacifico e invertebrato proposto dal pensiero New Age. Pace e guerra, cooperazione e lotta costituiscono le parti di un ordine superiore che include e guida ogni cosa [...] In questo quadro la selezione e le mutazioni darwiniane possono essere considerate come una piccola parte della totalità».

Verso la definizione delle leggi dinamiche che governano tale totalità, mirando intanto ad identificare gli archetipi formali e ad interpretane le corrispondenze matematiche, geometriche e simboliche nei tre regni della natura, si dovrebbero indirizzare -secondo l'Autore- i prossimi studi di una Biologia non dogmatica. Da queste future ricerche è lecito aspettarsi ancora molto.

 

Walter Catalano

 

 

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Articolo inserito in data: martedì, 14 novembre, 2000.

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